Brutti ma ganzi: la breve e strepitosa vita di Marty Feldman

Riapro il blog con una novità. L’idea è questa: parlarvi di uomini non canonicamente belli, ma estremamente interessanti. Un po’ per contrastare l’esponenziale inondazione di gnocche in ogni dove, professioniste dell’immagine che hanno tutto il diritto di esistere, ci mancherebbe altro. Solo che un giorno mi sono svegliata di soprassalto e ho esclamato: “Basta edonismo dell’estetica del sublime, la gente dev’essere ammaliata anche dalle stramberie!”
Ok, il mio sonno non è proprio normale, ma non importa. Trovare bellezze è facilissimo. Ma interessarsi a cosa facciano (o abbiano fatto) persone oggettivamente brutte, in un mondo in cui l’apparenza è un marchio di fabbrica, mica è così ovvio. In pratica possiamo vederla come una specie di attività progresso. Per scovare aneddoti e curiosità, ho assunto un vero investigatore privato, nonché un amico di un certo livello, il quale verrà citato alla fine di ogni articolo di questa rubrica. Magari serve anche a voi, non si può mai sapere.
Apro quindi ufficialmente la nuova rubrica: brutti ma ganzi, che cadrà una volta al mese. Si parte con un grandissimo, ovvero Marty Feldman.
Tutti sanno che Marty Feldman è il celeberrimo Igor di Frankenstein Junior, film cult scritto da Gene Wilder e diretto da Mel Brooks. Almeno una volta nella vita tutti abbiamo citato la frase: “Potrebbe andar peggio. Potrebbe piovere”, immaginando un bel temporale per enfatizzare la sfiga. Frase detta dal buon Igor a Gene Wilder, il dottor Frederick von Frankenstein. L’aspetto di Feldman ha fatto sì che Wilder scrivesse la parte di Igor pensando proprio a lui. Vedete, a volte, essere orrendi può tornare utile. Molte battute pronunciate da Igor furono improvvisate, Feldman era un cabarettista nato (nel senso più virtuoso del termine). Non era un pagliaccio, ma un uomo talentuoso. Era il 1974, il film fu un successo incredibile e, per Feldman, irripetibile. Ma facciamo un passo indietro, cioè alla venuta al mondo di Marty Feldman. Nacque nel 1934 a Londra da una coppia di ebrei ucraini. Non era uno di quei bambini che guardi e dici: “Mamma mia che bellino!”. Anche se non lo sai, punti piuttosto sul com’è simpatico. Gravi problemi legati all’ipotiroidismo lo portarono a sviluppare l’Oftalmopatia di Graves, una deformazione del globo oculare. Questa combo di malattie, il naso deviato da un incontro di pugilato e un non ben specificato incidente d’auto (quest’ultima faccenda è un vero enigma), gli regalarono l’aspetto da quadro cubista che tutti conosciamo. E che amiamo.
I suoi primi passi nel mondo dello spettacolo li mosse come trombettista jazz, ottenendo un discreto successo (esiste un video di repertorio in cui suona la batteria a Domenica in). Non contento, si lanciò anche nel cabaret, approdando in TV alla BBC nel 1955 con il trio Morris, Marty, and Mitch. Iniziò, poi, a scrivere sia per la TV che per la radio e dalla seconda metà degli anni ’50 si affermò come uno degli autori comici più acclamati, dando vita a vari tormentoni e consacrandosi come idolo incontrastato della TV. Insomma, una miniera d’oro. Gli anni passarono e Feldman continuava la sua carriera per la televisione. Arrivò il 1967, l’anno di At last the 1948 Show, show televisivo satirico realizzato dalla Paradine Production, società di David Frost. Progetto al quale parteciparono due futuri Monty Python (John Cleese e Graham Chapman). Fu importante per lui tornare sulla scena.
Ma Feldman, come vi ho già detto, era un cabarettista nato, non era solo un mestiere. Ce l’aveva nel DNA. Successe un fatto, nel 1971, quando dovette testimoniare per la difesa al processo per oscenità della rivista underground OZ. Fu un caso mediatico parecchio rilevante, tanto da scomodare in difesa di tale rivista molti nomi illustri della cultura britannica, tra i quali anche John Lennon – non fatico a immaginarlo. Quella canaglia deforme ma bellissima di Marty Feldman rifiutò di giurare sulla Bibbia, cosa che il giudice non trovò particolarmente divertente, anzi. Il giudice palesò il disappunto con ostilità, scatenando l’estro creativo di Feldman, che cominciò a sfotterlo, improvvisando uno sketch comico sul banco dei testimoni. Non so come si concluse, ma probabilmente con pasticcini e tè.
In quello stesso anno venne lanciata la serie TV The Marty Feldman Comedy Machine, distribuita anche in USA. In questo progetto televisivo vennero coinvolti molti personaggi eccelsi della commedia britannica, tra i quali Terry Gilliam (Altro futuro membro dei Monty Python). 
E arrivò il 1974. E con esso, quel capolavoro di Frankenstein Junior. Dopo di che, la fine. Feldman non ebbe mai più lo stesso successo.
Nel 1977, il suo Io, Beau Geste e la legione straniera (The Last Remake of Beau Geste), che Feldman scrisse e diresse con un taglio decisamente sperimentale e assurdista, non fu capito nemmeno dai produttori, i quali, spaventati a morte dal possibile disastro, decisero di mandare Feldman in vacanza a riprese concluse, mettendosi a rimontare il film a sua insaputa. 
Quando Feldman lo scoprì fu una botta talmente potente da convincerlo ad abbandonare il cinema. Tornò in scena solo nel 1982 per fare un favore a Graham Chapman per una parte in Barbagialla, il terrore dei sette mari e mezzo (Yellowbeard). Durante le riprese lo colpì un infarto e morì all’età di 48 anni. 
“Sono troppo vecchio per morire giovane, e troppo giovane per crescere.”
Molto si disse sulla sua prematura morte. Feldman fumava regolarmente fino a 5 pacchetti di sigarette al giorno (immaginatevi una media di 10 sigarette all’ora), beveva litri di caffè, si nutriva di cibi pesanti ogni giorno. In questa sregolatezza venne rintracciata la causa del decesso. 
Marty Feldman morì a 48 anni, pensate, giovanissimo. Eppure aveva fatto della sua vita un’enorme ricchezza. E non sto parlando di danaro, ma di quello che ha lasciato quando è morto. Ricordarlo è necessario e doveroso, non solo per il personaggio di Igor, ma per essere riuscito a trarre il meglio dal suo eccentrico aspetto e strepitoso talento. 
Nonostante la bruttezza di quel volto sbilenco, con le donne ebbe un grande successo (almeno così dissero i suoi amici). Sposò Lauretta Sullivan nel 1959, gli restò accanto fino a quel tragico infarto. Donna di una bellezza incontestabile. Che ironia, eh?
[Grazie a quel segugio di Davide Mana. Lo trovate qui e qui]

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2 commenti

  1. Certo che sei partita con uno brutto davvero! Bella idea comunque, e articolo ottimo! Certo che di gente bruttissima ce n’è a bizzeffe. Il mio preferito è Lemmy dei Motorhead… bruttissimo e sexyssimo!

    1. Mi sembrava giusto partire con un bruttissimo di altissimo livello! 😀 Ma in giro ce ne sono di ancora più brutti e altrettanto interessanti. Solo poco noti. Sono contenta che la rubrica ti piaccia! E comunque Lemmy era un figaccio! 😉

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