L’infanzia rubata di Channel Zero

Channel Zero è una serie antologica trasmessa sul canale SyFy, ispirata a Candle Cove, storia che nasce dal fenomeno narrativo internettiano dei creepypasta. Una serie horror autoconclusiva di sei episodi e la mia amica Lucia ne ha scritto un articolo impeccabile. Quindi, prima di proseguire e capire di cosa diavolo sto parlando, andate a leggerlo (che così non mi ripeto).

Articolo di Lucia, imprescindibile se si vuole andare avanti.

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Perché The Missing è il vero True Detective

Aspettavo da troppo tempo la seconda stagione di The Missing, tanto che ci avevo quasi rinunciato. Scopro che è finalmente disponibile e a momenti mi prendo un colpo. Come avvenne per la prima stagione, anche la seconda me la trangugio tutta d’un fiato. E niente, un’altra violentissima mazzata allo stomaco.

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Che cos’è The Missing? È una serie TV antologica della BBC One che tratta un argomento delicato e sensibile, ovvero quello dei bambini scomparsi. La prima stagione autoconclusiva uscì nel 2014, leggete qui e anche qui per saperne di più. La seconda, uscita in questi giorni, parte da zero, con una storia nuova, ma con lo stesso detective (ormai in pensione) che tenta in tutti i modi di risolvere un vecchio caso.
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The Night Of e la metamorfosi

In principio fu True Detective. Miniserie autoconclusiva di otto episodi. Formula che mi si confà perfettamente, utilizzata spesso anche con meno episodi. Se in otto puntate si riesce a delineare una storia arrivando a una conclusione soddisfacente, io mi sento in pace con me stessa. Ne parlavo con la mia amica Lucia qualche giorno fa, ovvero che le serie TV hanno frantumato l’anima. Ne escono di nuove in continuazione, durano svariate stagioni, rischiando di diventare delle tediose soap opera (vedi Game of Thrones – che io ho abbandonato con estremo piacere), togliendo tempo al cinema.
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La vera Final Girl: SCREAM – La Serie

La serie TV su Scream pare non sia andata un granché bene in fatto di ascolti. Due stagioni, più due episodi speciali dedicati ad Halloween che usciranno a ottobre, fine dei discorsi. Peccato. Nonostante la prima stagione sia piuttosto insignificante, altalenando rari momenti brillanti (l’episodio diretto da Leigh Janiak, il settimo, ha un finale da applausi) a un prepotente senso di fastidio e irritazione dovuti al pressapochismo strutturale dei personaggi, la seconda cambia rotta. Lucia vi spiega tutto qui per benino, quindi prima fate un salto qui.
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I dolori del [non più] giovane BoJack Horseman

BoJack Horseman è la serie televisiva animata dell’anno. O meglio, della vita. Della mia vita. Le prime tre stagioni presenti su Netflix hanno deliziato le mie giornate fino a ieri, quando ho visto l’ultima puntata. Ai titoli di coda, un profondo senso di vuoto e abbandono mi ha colpito.

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La serie, creata dall’autore Raphael Bob-Waksberg, è disegnata dall’eccellente illustratrice Lisa Hanawalt e narra le avventure di BoJack Horseman, un cavallo antropomorfo ex star semi dimenticata della serie Horsin’ Around, in voga negli anni ’90. Siamo in una Hollywood fantastica, che a un certo punto perde la D e diventa Hollywoo, abitata da umani e animali antropomorfi. Esiste perfino una parte della città sott’acqua, nella quale si svolgerà uno degli episodi migliori: “Un pesce fuor d’acqua”, che dovrebbero vedere tutti, almeno quello. In venticinque minuti di silenzio (sì perché sott’acqua nessuno parla) BoJack si misurerà con la caparbietà dettata da ottime intenzioni, finché non si dovrà scontrare con i suoi limiti. Facendo comunque morire dal ridere, il risultato è di livello altissimo. Pura poesia. 
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