BROADCHURCH e l’abisso della scogliera

“Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te” (Friedrich Nietzsche)
Proprio l’altra sera, concludendo la seconda stagione di Broadchurch, mi sono chiesta come facciano gli inglesi a realizzare serie TV così efficaci in pochi episodi. Otto, per la precisione, non perdendo mai il filo della sceneggiatura, mantenendola stabile e solida. La prima stagione la vidi circa un anno e mezzo fa, poco dopo quel capolavoro di The Missing (di cui attendo la seconda stagione con estrema impazienza, da due anni) e mi innamorai di quella scogliera a strapiombo sulla placida spiaggia di questa cittadina, dove tutti si conoscono e custodiscono qualcosa di cui non andare proprio fieri, che è Broadchurch.
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DAREDEVIL 2 (il triangolo no… Non lo avevo considerato!)

È iniziata su Netflix (Dio ti abbia in gloria, nei secoli dei secoli, amen!) la seconda stagione di Daredevil e, come volevasi dimostrare, picchia duro senza farsi troppi problemi. I primi quattro episodi sono carichi di adrenalina, perché a Hell’s Kitchen è arrivato The Punisher. La sua giustizia è leggermente diversa da quella del nostro Murdock (Charlie Cox). The Punisher, mister Frank Castle (Jon Bernthal), uccide. Compie strage di brutti ceffi, ma non è un semplice psicopatico. Lui in fondo è un sentimentale, ha perso la sua famiglia e quel dolore gli permette di mirare all’obiettivo e fare centro.
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L’eroismo dei sopravvissuti: Jessica Jones

Un’altra serie partorita da Netflix è Jessica Jones. Siamo alle prese con un personaggio uscito da casa Marvel, che onestamente non conoscevo, un’eroina decisamente atipica. Le vicende sono ambientate sempre in quell’inferno metropolitano di Hell’s Kitchen, come in Daredevil, ma meno putrido e sporco. Probabilmente perché è sufficiente l’appartamento di Jessica per capire quanto sia degradante il quartiere in cui vive: la porta d’entrata perennemente rotta, con del cartone a coprire la vetrata (che lei chiude sempre a chiave), bottiglie vuote, disordine vario, frigo vuoto, armadietti sgangherati. Una scrivania, un portatile e un cellulare, più una bottiglia del più economico whisky preso al discount.
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Una famiglia kaputt: Bloodline

Ho visto Bloodline la scorsa estate, condividendo coi protagonisti della serie il caldo opprimente. Mi pareva di essere in Florida, in effetti, fino a quando non accendevo il condizionatore. Ora voi potete godervela su Netflix, meglio ancora se avete nostalgia dell’estate. Potrete sollazzarvi in veranda, nell’albergo di famiglia dei Rayburn, in totale relax, bevendo qualche birra e, col minimo sforzo sindacale, fare qualche gitarella in barca. Le Florida Keys sono un arcipelago di isole niente male, a patto di accettare di gocciolare sudore più o meno tutto l’anno. Sudano tantissimo i fratelli Rayburn: Kevin, Meg, John. Sudano per il caldo umido, per le scopate clandestine in auto, per il troppo alcol e per le bugie celate sotto le fondamenta di una famiglia all’apparenza unita e felice. L’arrivo inaspettato di Danny, il primogenito, minaccia di far crollare l’illusione. 
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