Edelweiss – The Man In The High Castle

Parlare di The Man In The High Castle, serie TV targata Amazon ispirata al romanzo ucronico di Philip K. Dick, La svastica sul sole, è per me fonte di ansia. Perché avrei voglia di scrivere a caratteri cubitali di vederla punto e basta, ché l’esperienza va fatta scevri da pregiudizi o giudizi altrui. Vale per la prima stagione, se non ricordo male è uscita addirittura un paio d’anni fa, ma soprattutto per la seconda, che sale vertiginosamente di livello, roba da non credere. Come è da non credere la freddezza di critica che ho letto in giro.

 

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La verità è che in tanti fingono delusione, poiché la serie prende una strada tutta sua rispetto al romanzo (e per fortuna, dico io), come se quest’ultimo fosse stato realmente letto. La maggior parte delle persone odia Dick oppure non lo conosce proprio. Quindi, perché non prendiamo questa serie come una serie a sé? Chi se ne frega di Dick, che tanto è morto, e comunque se fosse vivo ne sarebbe rimasto soddisfatto, come successe con Blade Runner

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Siamo nel 1962 e il mondo non è quello che conosciamo. La Germania ha vinto la guerra, Hitler è vivo e regna beatamente come aveva previsto di fare. Gli Stati Uniti non esistono più e le due grandi potenze si sono spartite i territori: a ovest il Giappone controlla gli Stati Giapponesi del Pacifico, mentre a est sollazza il Grande Reich Nazista. In mezzo ci sono gli Stati delle Montagne Rocciose, ovvero la Zona Neutrale.

[INIZIO POSSIBILI SPOILER]

Per il carissimo Adolf Hitler l’alleanza coi giapponesi è cosa buona e giusta, lui di una nuova guerra non ne ha proprio voglia. Ma non tutti sono d’accordo. La supremazia della razza ariana, la razza perfetta, che tanto bramava Hitler, concretizzata perfettamente nel cervello malvagio di Heinrich Himmler col suo Progetto Lebensborn, non ha modo di prendere vita finché ci sono i giapponesi. Ma i giapponesi, facenti parte di un popolo non propriamente pacifico e decisamente razzista, non intendono stare a guardare. C’è qualcuno, forse ancora peggiore di Hitler, che tenterà di scatenare una guerra. La Guerra. L’ultima. Non si dice sempre così?

 

“Lo stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione.” (Adolf Hitler – Mein Kampf)

I figli sono l’epicentro della seconda stagione, se si presta attenzione al susseguirsi delle vicissitudini dei protagonisti, che abbiamo imparato ad amare (o detestare) durante la prima stagione. Juliana, Fink, Joe, Ed, John, l’ispettore Kido, Ed, Robert (l’antiquario, il mio personaggio preferito insieme a John Smith), il Ministro dell’Economia Tagomi. E non sono finiti. Perché c’è la moglie di John, ci sono i suoi figli. C’è una realtà altra, diversa, non meno vera di quella in cui Hitler ha vinto, dove qualcuno ha dei figli, ancora vivi o mai esistiti. E c’è la visione non meno importante dei protagonisti in quanto essi stessi figli.

Leggendo la citazione di Hitler estrapolata così, tralasciando il termine stato razzista che solo quello fa schifo, chi può dargli torto? Nei bambini infondiamo la nostra speranza per il futuro, perché possa essere migliore. 

“Per noi sia sacra ogni madre di buon sangue.” 

Se ci aggiungiamo questo motto, inserendo il tutto nel Progetto Lebensborn, dove gli esperimenti eugenetici venivano messi in pratica per davvero, mica è fantascienza, fa venire i brividi e anche da vomitare. Progettare bambini perfetti, secondo la logica Nazista, è la via per creare una società sana, forte, produttiva. Eliminando gli scarti, le persone con handicap, malati incurabili. E le donne sterili, ovviamente. 

 

“Di cosa parli?”
“Sto dicendo che non importa cos’hai visto in quei filmati. Moriremo tutti. La domanda è: morirai in ginocchio o in piedi sulle tue gambe?”

Già, i filmati. Dick non aveva spiegato un gran che riguardo all’Uomo dell’alto Castello. Ma i filmati, nei quali si vede ciò che non è ancora accaduto o forse sì, sono fondamentali. Che si siano visti o meno. Che siano considerati come propaganda o come prova inconfutabile. La serie, che si prende i suoi tempi (ciò non vuol dire che cazzeggia) ci mostra l’Uomo come un’ombra nell’oscurità, anche quando è in piena luce. Tutto quello che vediamo accadere lui lo conosce, siamo noi che dobbiamo avere pazienza e seguire gli avvenimenti, per poi, alla fine, restare sconcertati. 

Juliana Crain. Tutti puntano su di lei, nel bene e nel male. La Resistenza. I Nazisti. Lui. 

 

Avete mai pensato a come sarebbe il mondo se la Germania avesse vinto la guerra? Provate per un attimo a pensare ai bambini nati in quel periodo, nati e cresciuti secondo i principi del Reich. Bambini come gli altri, che giocano, che combinano guai, che provano sentimenti, emozioni. Bambini. Ma, con la grande differenza di crescere secondo dei codici etici distorti, insegnati a scuola e in famiglia. Bambini che diventano ragazzi. Come Thomas, il figlio dell’Obergruppenführer John Smith.

 

[FINE SPOILER :D]

Edelweiss, brano che accompagna i meravigliosi titoli di testa, è tratto dal musical di Rodgers e Hammerstein, The Sound of Music. Edelweiss è la stella alpina, fiore bianco che cresce ad alta quota, sulle Alpi. Non è facile da trovare, penso di averla vista di rado da piccola. Nella serie la vediamo applicata come spilla, con l’aggiunta della svastica. 

La canzone originale la canta il Capitano Georg Ludwig von Trapp, un inno d’amore per i suoi figli. Nella parte finale del musical, viene ricantata, come segno di patriottismo austriaco, dall’intera famiglia von Trapp. È un brano struggente, lo ricorderete forse anche nel film Tutti insieme appassionatamente, che emana vera tristezza e senso di profondo dolore nei confronti di un’ideologia atroce. Ed è anche un simbolo della lotta contro di essa, un simbolo della Resistenza. Nella sigla è cantata da una voce femminile, appartenente alla cantante svedese Jeanette Olsson, commovente e ipnotica. Potentissima. Basterebbe questa scelta per comprendere l’enormità di ciò che la serie intende raccontare.

Recuperate The Man In The High Castle (co-prodotta da Ridley Scott) , nel trittico delle serie più importanti di quest’anno. 

“Ho qualcosa che non va. Qualcosa si è rotto.”

“No. Nella vita ci sono cose più importanti.”

“Non nel Reich. La maternità è tutto.”

“I giapponesi hanno una filosofia, si chiama kintsugi. Prendono i pezzi delle cose rotte e li rimettono insieme con l’oro. L’imperfezione può essere bella, Lucy.”

Immagine anteprima YouTube

2 commenti

    1. Non solo il finale, tutta la stagione viaggia ad altissima intensità. Ora mi auguro di non dover aspettare altri due anni per la terza stagione.