La vita è una luce ammiccante nel buio – 13 Reasons Why, la serie

Per parlare di 13, la serie TV chiacchieratissima targata Netflix, farò piovere SPOILER. Se avete intenzione di guardare la serie vi suggerisco di tornare da queste parti una volta terminata. Per chi l’ha vista o per chi vuole solo sapere cosa ne penso, accomodatevi.

Hannah Baker è una ragazza di diciassette anni che decide di suicidarsi. Ce lo dice direttamente lei, raccontando le sue ragioni attraverso delle musicassette, sulle quali ha registrato la sua voce. Cassette che verranno consegnate a chi, in qualche maniera, ritiene responsabile della sua morte. La serie procede così, narrando i rapporti di Hannah coi suoi compagni, i suoi genitori, insegnanti e psicologi. Vi invito a leggere i seguenti articoli, prima di continuare: quello di Francesca, di Marika e di Michele. Fatto? Bene.

 

Il suicidio non è solo un argomento difficile da affrontare, è proprio un atto incomprensibile per le persone che, nella loro vita, non ne sono mai state solleticate (fortunatamente) o ritengono che appartenga a gente disturbata. Soprattutto se coinvolge gli adolescenti che, per definizione, hanno tutta la vita davanti. Ma dalla loro prospettiva la vita è quella che stanno vivendo, non c’è lungimiranza, c’è l’eternità del presente. Un presente che, talvolta, può essere troppo pesante. Il nostro sguardo di adulti, presi dalle fatiche della vita vera, fatta di vere rotture di coglioni, di veri problemi, è ottenebrato. Provate un attimo a ricordare com’eravate alle superiori, com’erano i vostri compagni, i vostri amici. Com’erano i vostri genitori e insegnanti. Ritornate nei panni di quel ragazzino o ragazzina, provate a rivivere le emozioni di allora. È troppo comodo giudicare dal pulpito dell’età adulta. Questo è il più grande errore che può commettere un genitore o chiunque abbia a che fare con gli adolescenti: minimizzare

 

Hannah subisce una serie di brutte avventure, fino ad arrivare all’esperienza orrenda che l’accompagnerà nella vasca da bagno per tagliarsi le vene (sulla scelta di questo tipo di morte ci torneremo poi): lo stupro. Ciò che avviene prima, è un susseguirsi di sgradevoli situazioni che non tutti hanno ritenuto sufficientemente valide per deprimersi. Tutto inizia con una sua foto che gira a scuola, per la quale viene presa per il culo e quella foto scatena il pettegolezzo sulla sua disinibizione. Ovviamente è tutto falso, è tanto per ridere. Questo ferisce Hannah, che è da poco arrivata in città e non conosce praticamente nessuno. Per me cambiare città e scuola a diciassette anni sarebbe stato abbastanza per deprimermi e ascoltare i Radiohead notte e giorno (o i Joy Division, come nella serie). Ma io sono sempre stata una depression girl. Hannah no, scelta che non ha convinto tutti. Io ritengo, invece, che sia stata un’ottima idea. Hannah è bella, è socievole, è allegra e piena di vita. Sì, piena di vita. Noi conosciamo una ragazza che ci dice immediatamente di essersi uccisa, ma che arriva saltellando in città, pronta per inserirsi. Andrà tutto male e questo è volutamente estremo, perché Hannah è la sfiga cosmica impersonificata. Ma d’altronde questa è la narrazione atta per mandarci un messaggio specifico e incontrovertibile sul bullismo: può succedere a tutti.

 

Il suicidio non è una risposta. Dite? Sbagliamo ad interpretarlo in questo modo, tenendolo a distanza come se fosse una cosa stupida. Il suicidio, che vi piaccia o no, è una possibile risposta. Il punto è: come possiamo aiutare gli altri a scegliere altre opzioni? Ma anche: come possiamo sopravvivere a noi stessi? 13 si rivolge alle persone che, consciamente o inconsciamente, portano Hannah a uccidersi. Ma se siete stati abbastanza attenti, vi sarete accorti che è ad Hannah stessa che si rivolge. Il suo suicidio è mostrato, alla fine, in tutto il suo dolore. Hannah che si apre le vene dei polsi e aspetta, immersa nella vasca da bagno, di morire. Da sola. Il suo viso, che spero abbiate guardato attentamente, è triste. È la fine di tutto quello strazio, ma è una fine misera, che tutte le Hannah del mondo non meritano. Come Justin non merita una madre che, mentre lui la chiama supplichevole, lei si volta dall’altra parte e se ne va. Come Alex, con la faccia tumefatta, non merita un padre che, mentre pulisce la sua pistola d’ordinanza, si complimenta con lui per aver fatto a botte. Come Jessica, che non merita certamente di farsi stuprare solo perché ubriaca persa e incosciente.

 

Bryce è lo stupratore del liceo. Il classico bulletto figlio di papà, capitano della squadra di basket, praticamente una super star. Siccome si annoia pensa bene di prendersi le ragazze che gli capitano davanti e violentarle, invece di farsi una sega. Non ha sicuramente attenuanti, un ragazzo così abbietto. Ma è importante che facciate caso al fatto che è l’unico tra i protagonisti a non avere una famiglia. O meglio, ce l’ha, ma non è pervenuta. È una famiglia platealmente assente. Vive da solo e non ha una figura adulta come punto di riferimento. Non ci è dato sapere altro. Chissà quali punti di riferimento avrà scelto da solo di avere.

Anche Marcus, meschino e vile ragazzo, non è certamente migliore di Bryce (lo so, non sappiamo nemmeno la sua situazione familiare, ma non entriamo mai nell’intimità della sua casa), solo perché non ha stuprato nessuna ragazza e non ha, quindi, commesso un crimine deplorevole. La scena in cui sono alla caffetteria e ci prova con Hannah, dopo averla ridicolizzata e presa per il culo (col pubblico di decerebrati alle spalle – sì, pure Zach) e lei lo scansa, scioccata, l’ho trovata terribile. Sono in un locale pubblico, lui si alza in piedi, offeso a morte per il rifiuto, e fa un gesto minaccioso verso di lei. Un gesto che racconta molto della sua personalità aggressiva. Liquidare l’accaduto come una cazzata, mi fa veramente incazzare. Se non credete sia una violenza e un pessimo segnale di comportamento osceno, vi state sbagliando di grosso.

 

Sulla lista di Alex, in cui descrive il culo di Hannah come il più bello della scuola (e quindi, secondo la logica dei maschi trogloditi – ma anche delle femmine oche e cattive – fatto apposta per essere palpeggiato da chiunque e in ogni dove), possiamo anche parlarne: non è poi così grave, povero Alex. Lo so, povero Alex. Lui, che è il mio personaggio preferito tanto da avermi spezzato il cuore, è quello che subisce più pesantemente il suicidio di Hannah. Perché è quello più sveglio, più rapido nel formulare pensieri logici ed emozionali, il più predisposto a riflettere sull’errore e a comprenderne le conseguenze. Se noi pensiamo che quella lista fosse una stupidaggine priva di cattiveria magari abbiamo ragione. Ma ha più ragione lui a sentirsi in colpa per essere stato un coglione.

Non tutte le stronzate che facciamo da adolescenti portano qualcuno ad ammazzarsi, ovviamente. Ma tutto quello che facciamo si riversa sugli altri che subiscono l’azione e su noi stessi che l’attuiamo. Ciò che per me è una cazzata, per qualcun altro ha un’importanza enorme e gli adolescenti non sono del tutto consapevoli di quanto male riescano a fare.

È giusto capire che i primi atteggiamenti di bullismo si manifestano durante la seconda infanzia, fatevene una ragione. I bambini imparano da noi quanto si possa essere cattivi o buoni con gli altri. Dimenticatevi la cazzata dei videogiochi violenti e dei film spaventosi. Guardatevi allo specchio. Guardiamoci tutti.

 

Clay, l’amico e il potenziale amore di Hannah. Su di lui pesa il fardello di non aver fatto niente di male, ma di dover accettare la decisione di Hannah di essere ormai irrimediabilmente segnata per poter stare con lui. Se non fosse stato per Tony, paziente fino all’inverosimile, sarebbe mai riuscito ad affrontare una tragedia così grande e a fare i conti col senso di impotenza? Sarebbe mai salito su quell’auto, alla fine, con l’amica uscita direttamente da Giovani Streghe (tatuata, però) con lo sguardo di chi proverà ad andare avanti? Tony è l’amico che tutti dovremmo avere. E io spero che lo abbiate.

E poi Hannah che, sfinita da un colloquio al limite del ridicolo con lo psicologo della scuola (lui è anche figura simbolica dell’adulto inadeguato, nonostante abbia in fondo buone intenzioni), è cieca. Non vede più nessuna ragione per continuare a vivere, anche se le si palesa davanti, tramite il tizio del corso di poesia. Si salutano, parlano tranquillamente, lui la invita a tornare. Uno spiraglio di luce. Ma, come vi ho detto, ormai Hannah è cieca. Si ucciderà poco dopo e noi saremo costretti a vivere insieme a lei l’agonia di una vita sprecata. I polsi squarciati, il sangue, tutto mostrato senza censura. Quella scena fa male, malissimo. Ed è giusto che sia così, perché dobbiamo sentirla addosso, in tutta la sua desolazione.

13 è una serie da mostrare nelle scuole? Non vedo perché no. A patto che lo facciano anche i genitori dei ragazzi nei salotti di casa. Il fatto che la scuola si appioppi la totale responsabilità delle vite dei ragazzi è il primo messaggio sbagliato da mandare. Ricordatevi che prima ci sono le famiglie. Parliamo di corresponsabilità, di cooperazione, di partecipazione. La scuola, da sola, non può che fallire.

 

Certo, non è una serie perfetta. Ad esempio non ho gradito il personaggio di Courtney che, essendo cresciuta con due padri, allora dev’essere lesbica. Ma perché? Un po’ banale come scelta. Ci sono difettucci qua e là, ma a mio parere trascurabilissimi, visto il risultato. E l’idea di usare le cassette, roba del paleolitico per i ragazzi di oggi, non è affatto un’idea stupida. Hannah vuole che, per una volta, gli altri fatichino con lei per poter capire come siano andate veramente le cose. Troppo facile caricare i video su YouTube, sia per il mittente che per i destinatari. Lo dice proprio chiaramente. Ed è anche questo un messaggio importante, da non trascurare, e più sottile della scalata di Clay e Tony per vedere cosa c’è oltre. Decidere di uccidersi non è un gesto semplice e veloce. È un percorso lungo e faticoso. Per comprenderlo bisogna sbattersi, in pratica.

Per aiutare le persone a non arrivare al suicidio è necessario non giudicare l’atto, perché come diceva Faber, “Per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”. L’unica medicina naturale è l’empatia. Si impara ad averla, quindi non è mai troppo tardi. Prendete esempio dal padre di Clay, personaggio meraviglioso.

Un pensiero va per forza a tutti i genitori che si ritrovano senza un figlio e ne dovranno fare i conti per tutta la vita. E per tutte le Hannah, le Jessica, gli Alex, i Justin del mondo, per tutti i ragazzi che stanno male e temono di non uscirne, vi lascio con il motto di uno che vi capisce.

“La vita è una luce ammiccante nel buio.” (Hayao Miyazaki)

 

Immagine anteprima YouTube

 

13 è tratto dall’omonimo romanzo di Jay Asher. Lo potete trovare qui in e-book e in cartaceo. 

 

 

4 commenti

  1. Gran bell’articolo! Come sai (grazie per avere linkato il mio articolo!) la serie mi è piaciuta, ma quantomeno per il mio carattere non è stata così efficace come avrebbe potuto. Il fatto che comunque sia riuscita a smuovere le sensibilità di moltissimi è positivo… raggiungere il risultato era importante 🙂

    1. Figurati. Come ti dissi, io sono una persona molto sensibile ed emotiva, fattori che non sempre facilitano la vita. Per questo ho sentito molto addosso la sofferenza di Hannah (e non solo). Ma insomma, non c’è dubbio che sia una serie importante e ben realizzata, coi suoi difetti innegabili.

  2. Fantastico commento. Da genitore lo quoto in pieno, come in pieno quoto ogni singola parola sul mostrarlo nelle scuole ma, soprattutto, a noi adulti. Per ricordarci o farci vedere (ho un carattere d’acciaio e non ho mai sopportato l’adolescenza come debolezza da adolesciente, figurati da adulta). Complimenti, hai centrato la serie perfettamente , anche se non sono troppo d’accordo su Courtney: il problema è, paradossalmente, che lei è gay (e si nasce così, non lo si diventa) ma non è libera di esserlo perchè figlia di due gay, e questo li danneggerebbe per l’assurda idea che uno diventi volontariamente o per esempi subiti, gay. Una bella critica anche questa, un paradossa nel paradosso.

    1. Intanto benvenuta nella mia umile dimora. Per quanto riguarda Courtney, il paradosso del paradosso, il tuo è un punto di vista interessante. Forse un tantino contorto, ma in effetti ci può stare. Chissà in quanti l’hanno letta alla tua maniera e quanti invece, l’hanno banalizzata col facile: “vedi che due gay non possono che crescere un figlio gay?” Sarebbe da fare un sondaggio! 😀

      Ti ringrazio del commento, mi ha fatto molto piacere! 🙂