Momento divertissement – iZombie (la serie)

 

Proseguo con la rubrica divertissement parlandovi di iZombie, serie TV creata da Rob Thomas e Diane Ruggiero, trasmessa dal canale televisivo americano The CW, in Italia grazie a mamma Netflix.

 

Il punto è questo: raccontare di zombie evitando di frantumare i cocònes a gente come la sottoscritta (ovvero gente che ne ha masticati parecchi – ah, che simpatico giuoco di parole) è un compito arduo. Giusto l’altra sera ho rivisto quella cafonata di Dawn of the Dead e ok, fa ridere in più punti, soprattutto per le puttanate di cui è cosparso (ma scusa, zacsnaider, possibile che la tipa non riesca ad aprire quella fottuta finestra di casa SUA? Vabbeh), ma non ha nulla di diverso dalla solita, reiterata e ridondante, faccenda da zombie. Più o meno è sempre la stessa storia: virus – zombie rincitrulliti e purulenti (a volte lenti, a volte fanno il culo a Flash) – umani che li vogliono massacrare – fine. Intendiamoci, è uno schema che può benissimo funzionare ancora, ma è necessario variare qualcosa, almeno per quanto mi riguarda, altrimenti è automatico che mi addormenti.

Inizio a guardare iZombie così, senza pretese, perché la faccia della protagonista (Rose McIver) mi colpisce e subito mi rendo conto che FORSE non è la solita storia.

Siamo a Seattle. Liv viene ferita da uno zombie durante una festa su una nave. La sua vita verrà totalmente stravolta e per dissimulare la sua nuova condizione da zombie col fidanzato (che mollerà per proteggerlo), la coinquilina, la mamma e il fratello, accetterà il lavoro come medico legale. Il suo capo, Ravi, presto scoprirà il suo segreto, diventando, senza indugio, suo complice. Liv potrà nutrirsi di cervelli senza fare del male a nessuno, aiuterà il nuovo detective Clive a risolvere gli omicidi fingendosi una sensitiva (ve lo spiego dopo) e, nel frattempo, Ravi cercherà di trovare una cura nel suo laboratorio.

 

Ma che ne sai, chef Cannavacciuolo!

Partiamo da Liv e dal suo aspetto. Diventare zombie a Seattle significa diventare totalmente albini. Per mimetizzarsi nella società gli zombie si fanno le lampade, si truccano molto, si tingono i capelli. Liv preferisce restare così com’è, scegliendo un look piuttosto dark. Non divora cervelli come una furia, ma piuttosto imbastisce pietanze come farebbe un Hannibal Lecter meno fighetto. Il cervello umano diventa condimento per la pizza, grazioso abbinamento con verdurine in colorate insalate, cose così. Perché se si nutre di cervelli in modo regolare, lei riesce a restare se stessa. Per passare alla modalità zombie estrema basta essere in qualche modo provocati o minacciati. E allora sono cazzi. Ma Liv mantiene molto bene il controllo e ha un’enorme risorsa: Ravi. Quando Liv mangia i cervelli di quei cadaveri ne assimila la personalità, vizi, fobie, interessi, atteggiamenti. Un modo molto concreto per mettersi nei panni degli altri, diciamo. Kropotkin approverebbe. In questo modo riesce a capirli, empatizzare con loro e/o, talvolta, detestarli. E ha, di conseguenza, delle visioni sulle loro morti. Ciò le permette di agganciare Clive e aiutarlo nelle indagini, evitando di raccontare la sua esistenza da zombie. Meglio fingersi sensitiva, dopotutto. Ovviamente lui la prende per pazzoide, inizialmente, ma quando si rende conto che in effetti ci azzecca, le crede.

 

iZombie è, quindi, un poliziesco con la variante zombie. Ed è davvero divertente. Lo zombie non è un mostro di per sé (a meno che non lo fosse già, prima di trasformarsi), una volta superata la prima fase di “fame bestiale”. Resta una persona, a tutti gli effetti, con delle abilità in più e, purtroppo, con dei limiti nuovi. Fare sesso con i vivi è sconsigliato (potrebbe accendersi la modalità zombie), ad esempio. E questo potrebbe anche bastare. Sentirsi ancora umani, vivi e non poterlo essere completamente. Per Liv sarà dura da accettare, ma lavorare nella risoluzione dei casi le darà un nuovo scopo.

La narrazione è classica, da vecchi telefilm: i vari casi da risolvere e parallelamente la questione zombie. Ma ha il pregio di sfruttare i singoli casi di omicidio per aggiungere tasselli fondamentali alla trama principale, che resta quella di capire ciò che è successo a Liv e ad altri sventurati e perché. C’è una grande azienda di discutibili bevande gestita da un losco individuo; ex fidanzati che per imparare ad ammazzare gli zombie guardano i tutorial su YouTube; lo spacciatore che si reinventa proprietario di una macelleria molto speciale. Il taglio della serie è accattivante, perché attinge a piene mani dall’omonimo fumetto (del quale, in parte, si differenzia nella trama): sequenze di apertura degli episodi fumettose, scritte inserite nei cambi scena. Non c’è nulla di sovrannaturale e l’elemento fumetto ci permette di sguazzare in questa realtà così incredibilmente plausibile senza crederci davvero.

Tutto questo condito da umorismo di un certo livello, ottimi dialoghi, citazioni simpatiche e mai, dico mai, che si dica che due palle. C’è pure qualche momento da brivido, soprattutto negli ultimi episodi avvengono delle morti spassose. 

Su Amazon potete trovare i fumetti che hanno ispirato la serie.

Qui c’è il primo. Divertitevi!

 

“E se ho imparato una cosa da So cosa hai fatto uno e due è che io e Cameron siamo i prossimi della lista.”

“Davvero hai visto So cosa hai fatto uno e due? Dovrebbe uscire il tre, si chiamerà: mi ricordo sul serio cosa hai fatto!” 

 

Immagine anteprima YouTube

2 commenti

  1. Serie divertentissima! Si inserisce bene nel palinsesto del CW Network ma ha una qualità di scrittura che solo The 100 riesce a pareggiare. Recitata benissimo, una bella anima pop ma anche qualche bordata niente male. Guilty pleasure, e neanche troppo guilty!