Momento divertissement: Girlboss (la serie)

Sophia: “Scommetto che è uno strappo muscolare.”

Annie: “Oppure potrebbe essere anche come quel tipo al quale un ragno gli è finito sotto pelle, ha deposto le uova ed è morto e poi le uova si sono schiuse e si è ritrovato un migliaio di ragnetti morti nel corpo. Credi che sia questo?”
Sophia: “Dovrei ucciderti solo per quello che hai detto.”
Annie: “Uhuhuhuh, Sophia… Io ti vorrò bene comunque, anche se un giorno centinaia di ragnetti morti usciranno fuori dalla tua vagina.”

 

 

La cosa migliore da fare per mantenersi in forma, evitando l’irritante problema dell’uscire di casa, è comprare una cyclette. Io ce l’ho e vi giuro che non la uso come attaccapanni. Pedalo veramente. E per non annoiarmi di noia noiosa, mentre muovo le mie gambette corte come una forsennata, motivata dallo scopo di rallentare l’inesorabile declino fisico (mi viene da piangere), mi guardo le serie TV, quelle che io immagino essere di cazzeggio puro.

Inauguro, così, la rubrica divertissement (che comprenderà serie TV, film, letture e materiale vario ed eventuale), parlandovi di una serie TV spassosissima, ideata da Kay Cannon per Netflix e prodotta, tra gli altri, da una certa signora del cinema überfigo del momento, Charlize Theron.

 

Liberamente ispirata (molto liberamente, ci dicono i titoli di testa) all’autobiografia di Sophia Amoruso, Girlboss narra la storia di Sophia (un’eccezionale e buffissima Britt Robertson), ventenne decisamente rebel rebel, che rifiuta prepotentemente di arenarsi nella routine da “lavoro vero”. Non frequenta il college, si fa licenziare in continuazione, fugge dal padre Jay (ben ritrovato, Dean Norris), che la vorrebbe finalmente sistemata, per vivere in un buco di appartamento a San Francisco. L’incontro con una fantastica giacca da motociclista originale East West anni ’70 in nappa la illumina sulla possibilità di modificare e rivendere vecchi capi d’abbigliamento online, prima su eBay, successivamente su un sito tutto suo, che chiamerà Nasty Gal. Ma per riuscirci incapperà in grottesche disavventure di ogni sorta: da un’ernia che assomiglia a un bozzolo pieno di ragni sottopelle, a un blog di puristi del vintage, capitanati da un’agguerritissima Gail (l’adorabile Melanie Lynskey), proprietaria del negozio online Remembrances. Sophia ha la fobia dei ponti e sarà costretta a superarla alla sua maniera per poter soddisfare una cliente decisamente folle. Dovrà scontrarsi col suo egocentrismo patologico per accorgersi che la sua migliore amica Annie è davvero la migliore. E che per creare qualcosa di TUO non lo puoi fare da sola.

 

Ebbene, il clima è leggero e freevolo (da quanto non usavo questo mio amato neologismo), coloratissimo grazie alla moda vintage e alla splendida città. San Francisco ha un’anima e Sophia lo sa bene. È la città stessa a offrirle stimoli, spunti, materiale, persone. Sophia, per mettersi in proprio, accetterà un lavoro noioso, ma che allo stesso tempo le permetterà di avere l’assicurazione sanitaria, forse l’unico scoglio davvero indecente (vi pare concepibile non potersi operare a un’ernia perché non si hanno abbastanza soldi?). Perché per il resto, a parte avere un garante per affittare uno studio in cui lavorare (questione che risolverà in un modo molto più cool), siamo lontani anni luce dalla caotica burocrazia made in Italy. E questo, amici cari, uccide ogni fantasia. Quella in cui si imbarca Sophia è una strada apparentemente possibile da percorrere, se si possiedono idee, capacità e collaboratori. Almeno negli Stati Uniti. Qui da noi, solo per poter aprire la partita IVA ti risucchiano la linfa vitale.

 

 

Ma non facciamoci prendere dallo sconforto, Girlboss permette quantomeno di fantasticare e di spassarsela in una San Francisco infuocata, dove in ogni angolo spunta un locale dove puoi entrare, cantare come una pazza ed essere quello che sei. 

Sophia è giovane e pazza. Il suo sarcasmo nei confronti del mondo è il classico meccanismo di difesa di chi cela un’enorme sensibilità. È un personaggio credibile e realistico e, anche se sopra le righe, non è mai volgare. Finalmente una ragazza appassionata di moda che non esce direttamente dall’ufficio del Diavolo veste Prada. È tutto fuorché una fighetta impostata. Ma devo per forza tessere le lodi di Annie (Ellie Reed, non so chi tu sia, ma spero di rivederti presto), che ha la faccia perfetta da riempire di bacini e ironia e umorismo da standing ovation. E insieme al suo fidanzato Dax (Alphonso McAuley), completamente diverso da lei e da Sophia, formeranno un trio esilarante. C’è anche il fidanzato di Sophia, Shane (Johnny Simmons), del quale si può benissimo fare a meno. Ma giudicate voi. 

Personaggi surreali vivacizzano la vita di Sophia: Lionel (la superstar delle drag queen, RuPaul) è il vicino di casa che tutti noi vorremmo avere; Nathan (Cole Escola, tu mi fai morire) l’amico gay con la fissa per l’arte; Mobias (Jim Rash), lo strampalato proprietario del negozio vintage in cui Sophia recupera la famosa giacca. E altri ancora. Ma, ci tengo a dirvi, sulla panchina seduta a conversare e schiaffeggiare Sophia troverete Louise Fletcher. Non credo debba aggiungere altro.

 

Episodi da venticinque minuti, per un totale di tredici. La si vede in un pomeriggio, due al massimo. E in questi tempi miseri, in cui i ventenni italiani, se hanno un po’ di sale in zucca, rifletteranno su dove migrare come anatre, Girlboss regala molti spunti e stimoli per crearsi un futuro. Ma sapete cosa? Non è prerogativa dei ventenni. Riguarda tutti noi, che moriamo dalla voglia di vivere facendo ciò che davvero amiamo. 

Non smettiamo di provarci. 

 

[La serie è ambientata nel 2006, i tempi in cui la morte di Marissa Cooper ci aveva distrutto – dai, non negatelo, The O.C. lo abbiamo visto tutti. Dramma che rivivremo insieme ai protagonisti, seduti sul divano.]

 

 

L’autobiografia di Sophia Amoruso è attualmente disponibile in ebook su Amazon. Se vi interessa, eccola qui.

 

La vera Sophia Amoruso

E se volete farvi un giro nel negozio di Sophia, basta un clic su Natsy Gal.

 

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6 commenti

  1. Ne ho sentito parlare bene! Da recuperare. Poi le serie da venti-venticinque minuti sono perfette per quando sei di fretta **

    1. Il format di 25-30 minuti è perfetto per il divertissement! 😀
      Fammi sapere se te la sei spassata. 😉

  2. È paradossale che sia uscita proprio nel periodo in cui la Amoruso ha dichiarato bancarotta… comunque aspetto di recuperarla, sembra proprio divertente 🙂

    1. Perché, a un certo punto, la Amoruso ha lasciato le redini in mano ad altre persone, indirizzando la sua azienda verso l’esosità. E, quindi, al fallimento. Ma la storia di Sophia è una storia positiva, giustamente romanzata, ma perché non prendere ciò che di positivo possiede? Non so quante stagioni abbiano intenzione di realizzare, ma la prima è ambientata nel 2006, quindi all’inizio di tutto. E in oltre dieci anni chissà quante cose le sono capitate. Magari lo scopriremo, magari no. Resta comunque una serie divertente e spensierata. Fammi sapere se ti garba! 🙂