The Invitation

La premessa d’obbligo è la seguente: non ho mai visto Jennifer’s Body, che so essere un filmetto piuttosto maltrattato, magari giustamente. Sta di fatto che non mi ha mai interessato e rimango volentieri nell’ignoranza. Questo per dire che non conoscevo affatto la regista e sceneggiatrice Karyn Kusama, mi sono tuffata a capofitto nel suo The Invitation grazia a Lucia. Non so se abbiate visto The Sacrament di Ti West. Ecco, The Sacrament è brutto come i debiti, The Invitation invece è bellissimo.110383977 Il succo della trama è molto semplice. Si parla di una coppia che perde un figlio e, dopo il divorzio e due anni di lontananza, lei (Eden) organizza una cena insieme al suo nuovo fidanzato (David), invitando l’ex (Will), la compagna dell’ex (Kira) e tutti i vecchi amici che non si vedevano dalla tragedia.

La location è importante. Siamo a Los Angeles, tra le colline che richiamano le strade perdute alla Mulholland Drive. La villa in cui vive Eden con David è la stessa nella quale ha vissuto con Will e loro figlio. Non è cambiato nulla nell’ambiente, se non per qualche dettaglio: porte chiuse a chiave, finestre sbarrate. Ma per Eden e il brillante fidanzato è tutto normale, ogni domanda ha una risposta soddisfacente. E così si beve allegramente, tra risate e battute, pacche sulle spalle e vogliamoci tutti bene. L’unico a sentirsi fuori luogo è Will, che si estranea dal gruppo appena ne ha l’occasione, per vagare tra i corridoi di questa casa, pieno di dolore e dubbi sulle reali intenzioni della rimpatriata. In The Invitation i dettagli non sono casuali, per cui seguite Will, che mentre tutti gli altri si scolano bottiglie pregiate, lui osserva, riflette, macina perplessità sull’atteggiamento troppo felice di Eden, che pare aver resettato, più che superato, la perdita di loro figlio. the-invitation_argumentE due dettagli importanti sono due persone, un uomo e una donna, che non c’entrano niente col vecchio gruppo radunato, sono due estranei amici di David e Eden, conosciuti in Messico. E spunta fuori, tra un bicchiere e l’altro, un video di presentazione. Ed ecco che si insinua il sospetto della setta. Il video viene mostrato agli ospiti come una specie di condivisione, un grande abbraccio collettivo, tutti quei discorsi pseudospirituali, con qualche spruzzatina di luoghi comuni e fuffa da quattro soldi, che farebbero ridacchiare le brutte persone come me, se non fosse che il video mostra anche qualcosa che va oltre le risatine imbarazzate. Will è sempre più convinto che dietro i sorrisi languidi dell’ex moglie si nasconda qualcosa di orribile.
La capacità della Kusama è quella di farci banchettare tra gli ospiti, ondeggiando tra i deliri e le paranoie sempre più galoppanti di Will, utilizzandoli per metterci in difficoltà. Non è detto che Will abbia ragione, forse è solo un uomo infelice che si crogiola nel suo dolore e non può credere che Eden lo abbia superato. Il film, dopotutto, parla di questo. Di una perdita inaudita, come quella di un figlio, che annienta, distrugge i genitori. A volte questo male immenso unisce, a volte divide. Ma anche se si resta uniti, mi chiedo, si può superare davvero un  dolore del genere? Una mia amica ha perso iTheInvitationteaserl suo primo figlio, aveva solo venti giorni. È stato terribile, ma lei è andata avanti, ha avuto altri figli ecc ecc. Ma io lo so che non è più la stessa persona. È uno squarcio troppo grande e, comunque vada la tua vita, non sarai più la persona di prima. Will e Eden si sono separati e hanno scelto di percorrere strade diverse. Perché il dolore diventa rabbia, poi diventa disperazione, poi depressione.
E certi sorrisi, lo sappiamo bene, non sono solo di circostanza. Sono un meccanismo di difesa contro il mondo esterno. E allora Eden e Will non sono poi così diversi. Forse sono entrambi come quel coyote che per sbaglio Will ha investito, mentre si recava alla cena. Due bestie ferite, in attesa che qualcuno compia un gesto di pietà per loro.
Onestamente non so se esista un metodo, una soluzione che possa andare bene per tutti. Perché per tutti il dolore degli altri è dolore a metà, diceva il buon Faber. Questo vuol anche dire che ognuno di noi deve trovare la propria strada, tentare tutto il possibile per stare bene. Ma per poter combattere quella morsa malvagia che ti risucchia l’esistenza è necessario accettarla. Nascondere la sofferenza come i gatti con le proprie feci, porta solo ad accumulare sporcizia. Il rischio è di implodere e portare con sé anche le persone che ti amano. Ma il punto è: vuoi davvero stare bene? Credi di meritare ancora una vita felice?
Il finale, che non mi aspettavo per niente, mi ha strappato perfino una risatina stanca, malinconica. Karyn Kusama racconta una storia che poi diventano tante storie. Tante lanterne rosse appese, un’immagine indelebile.