Il ghetto degli autori horror

A volte succedono cose inaspettatamente belle e interessanti, come ad esempio un lettore che ha un blog e che mi recensisce, cogliendo l’occasione per fare un discorso più ampio in merito al mio genere preferito, ovvero l’horror. Leggete l’articolo, prima di tutto.

Fatto? Bravi e ubbidienti, ne sono quasi commossa.

Lo stato delle cose nel nostro bel Paese è avvilente, che tu sia un autore indipendente o che ti avvalga dello stemma di una qualsiasi casa editrice. Non ho mai visto un ambiente così poco meritocratico come questo, nemmeno nel mio “lavoro vero”. E anche così sciocco da non credere che tutti sappiano chi lecca il culo a chi e perché, amicizie fasulle sbandierate sui social, profili che millantano vite fantasmagoriche tra foto di posa mentre si legge, si bevono tisane, si finge di scrivere davanti al proprio Mac. Come diceva il mio amico Alessandro, ci vuole una doccia di realtà per ristabilire l’ordine tra le puttanate. 

Aspettative

Essere social pare il requisito fondamentale per costruirsi un’immagine (farlocca), ma serve davvero per vendere i propri libri? Io non credo. Puoi anche avere 5000 follower, ma se al momento di comprare il tuo libro, recensirlo, condividerlo, regalarlo ecc, lo fanno in quattro ratti, a che serve? Se poi devi pure sbatterti nelle fiere, nelle presentazioni in cui ti trovi davanti tuo cugino che sbadiglia, beh, no grazie. Non mi pare ne valga la pena.

Ma non voglio essere totalmente disfattista, chiariamoci, quello che mi interessa maggiormente è sottolineare un dato di fatto: io di contatti ne ho pochi, sui social, non sono particolarmente fotogenica, non sono un personaggio, non lecco il culo a nessuno, non ricevo slinguazzate – perché non sono “importante” – e, soprattutto, non scrivo un genere che tira. Tuttavia, con la mia ultima novelette, ho ricevuto pareri davvero entusiasti, che ritengo sinceri, e non mi aspettavo davvero tutto questo interesse. Le recensioni non sono molte, è vero, ma c’è stato un buon passaparola e, udite udite, il libro sta vendendo più di quanto mi immaginassi. E allora sticazzi, no? 

Rimane incontrovertibile lo squallore in cui permane l’editoria italiana e l’abnorme fatica che deve fare un qualsiasi autore (ripeto, indipendente o meno) horror per uscire dal ghetto. Anche le piccole case editrici dedicate al fantastico ritengono l’horror roba che non si vende. Se poi è una donna a scriverlo, meglio edulcorare la trama, il pubblico generalista ringrazia. 

Realtà

Ma a voi, appassionati dell’orrore, tutto ciò sta bene? Non vi urta i nervi? Non avete voglia di leggere horror fiero di essere tale, oltre che guardare film e serie TV? Vi piace proprio sentirvi trattati come se non esisteste? 

Oppure, forse, il problema è sempre lo stesso: in Italia non si legge, anche se ci fanno credere che sì, si legge e ci sono perfino i casi letterari. L’italiano che compra libri di qualsiasi formato legge solo roba di un certo livello, stanno tutto il giorno a leggere Joyce sorseggiando the verde, chiaramente. Questi lettori potrebbe mai leggere La cantina? Poi mi accorgo delle recensioni pessime su Amazon de L’incubo di Hill House post serie TV e mi rendo conto che, forse, il pubblico generalista di oggi, non allenato alla lettura del genere, non può capire un’opera antica e importante come quella della Jackson. Non capirebbe nemmeno Joyce, se è per questo. E allora che vogliamo fare? Al momento non mi viene in mente nient’altro che continuare a scrivere quello che mi piace, perché vedo che piace. Ed educare al bello, col mio “lavoro vero”. Dovrebbe essere una responsabilità condivisa, soprattutto per chi ha a che fare con l’editoria. Che è un’industria, come il cinema, deve vendere. Ma non per questo deve arrendersi alla mediocrità. Nemmeno gli autori indipendenti dovrebbero sentirsi legittimati nel pubblicare porcherie. E sarebbe bellissimo se venissero risucchiati dentro un buco nero, permettendo a chi merita di uscire dal ghetto. È in questo che serve la partecipazione di tutti. Non solo dei lettori, anche dei colleghi, degli editori.

Utopia? Probabile. Ma io di immaginare distopie sarei stanca. Stanca morta.

 

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4 commenti

  1. Esiste un problema generale, con un corollario specifico.
    Il problema generale è che, in un paese di non lettori, scirvere viene visto come un modo facile per diventare popolari – le interviste, le ospitate in TV, le cene gratis.
    E questo è ciò che tanti cercano – la popolarità.
    Un sacco di gente vuole fare lo scrittore, non essere uno scrittore – non gli interessa essere letti, gli interessa essere ammirati. Vogliono il lifestyle, non il lavoro. Scrivere non gli piace.
    Ma scrivere viene considerato più facile che, non so, fare i musicisti, perché tutti hanno imparato a scrivere a scuola, giusto? Se sai fare il temino su come hai trascorso le vacanze estive, puoi anche scrivere una trilogia farcita di elfi.
    Il corollario è che se scrivere viene considerato facile, scrivere il genere che ci piace sembra la cosa più facile di questo mondo. Ed essendo un paese di non lettori, siamo un paese di scrittori estremamente ignoranti.
    Per scrivere bene un genere bisogna conoscerlo bene, e bisogna leggere al di fuori del genere, e tanto. Ma chi ha letto IT (o, peggio, visto il film) crede di poter scrivere horror.
    “Ci riesce quell’idiota, allora ci riesco anch’io.”(true story)

    1. Mi fa sorridere tantissimo immaginare che atteggiarsi a scrittori faccia sognare di diventare popolari, in una realtà in cui la popolarità la si conquista coi follower, è vero, ma soprattutto facendo parlare di sé con qualche pseudo scandalo, per finire in qualche reality show. Davvero, ma gli scrittori che si sparano le pose, in che mondo vivono? Non frega niente a nessuno delle loro pose, non sono davvero interessanti, non diventano popolari se non nella solita cerchia (che alla fine è sempre un ghetto, solo un po’ più largo). Mi ricordo che avevano provato a fare un reality show con gli scrittori. Qualcuno se lo ricorda? Nessuno, infatti. Perché lo scrittore non è un potenziale personaggio che fa cose che stuzzicano la morbosa curiosità del pubblico. Perciò sarebbe gradito che si ridimensionassero. Sul serio, che me frega se ti pubblica Einaudi – magari scrivendo una storia mediocre – se poi non ci guadagni niente e il massimo che puoi sfoggiare è la tua arrogate prosopopea? Per dire. Dovrei invidiarti o aspirare a questo? No, grazie. Io voglio scrivere, non essere una vip. Voglio scrivere, guadagnarci come con qualsiasi altro lavoro. Voglio che la gente mi segua perché ama le mie storie. Non le mie foto mentre fingo di scrivere al portatile con l’hashtag #ilovemyjob. E quindi sì, scrivere a questi soggetti non piace, quello che desidera lo scrittore d’atteggio è la popolarità che può avere una Ferragni. Perché, come dici tu, s’è sparsa la voce che scrivere sia facile, se ti laurei in lettere, poi, è ovvio che puoi fare lo scrittore. Ho visto pseudo-autori strombazzare l’uscita di una loro ghost story per poi scoprire che non avevano mai letto Shirley Jackson. Ma ci rendiamo conto? E ti parlo di gente seguitissima (certo, seguita da leccaculi, aspiranti autori e il solito giro di opportunisti). Gente che crede di avere il dono. Gente della quale ho letto alcuni lavori e m’è venuta una sincope.
      Probabilmente le cose non cambieranno mai, caro Davide, ma chi se ne frega. Detto sinceramente, perché devo tacere? Che ho da perdere? 🙂

  2. Senza i social almeno metà delle mie letture non esisterebbero.
    Sono uno di quelli che chiamano “lettori forti”. Leggo mediamente un libro a settimana, di qualsiasi genere. Ma la mia passione rimane comunque l’horror.
    E senza i social, starei rileggendo per l’ennesima volta Le Notti di Salem.
    Dove posso trovare roba nuova? In libreria? (aspetta, smetto di ridere e poi continuo…)
    Se per voi scrittori la vita è dura, per noi lettori lo è altrettanto.
    Perché si tratta di una continua ricerca, una perenne separazione del grano dal loglio che costa tempo, energie e anche denaro.
    Quando trovo un autore che non conosco, cosa faccio? Non posso fidarmi delle sue parole (ma il giorno che trovo uno che lanci il suo lavoro con “ho scritto un romanzo di merda” lo compro a scatola chiusa)
    e nemmeno della sua claque, perché purtroppo bisogna tenerne conto. Guardo le recensioni su Amazon? Bene, togli quelle scritte dai parenti (avessi potuto avrei dato 10 stelle) dai concorrenti (0 stelle, è una merda),
    quelle sospette (5 stelle con un laconico “bello”, “entusiasmante” o “bravo”) e quelle che non hanno l’acquisto verificato. Che cosa rimane? Quando c’è, leggi l’estratto e ti fai un’idea, ma quando non si può, spendi quei pochi euro
    sperando di aver fatto un buon affare. Purtroppo non è sempre così.
    Per fortuna con i social, rimani agganciato alle poche CE e agli autori indipendenti che apprezzi e che faticosamente hai trovato.
    Per esempio, dal momento che lo conosci, anni fa gironzolando sul web ho scoperto il blog di Alessandro Girola. Qui ho trovato un suo racconto, Bagliori da Fomalhaut. L’ho letto e mi è piaciuto.
    Ho iniziato a seguirlo e con lui ho iniziato a seguire le sue segnalazioni e gli autori che consigliava. Col tempo ho creato una rete notevole di fonti a cui attingere per coltivare la mia passione.
    Ma è stato un lavoro certosino, quasi carbonaro.
    Quindi ben vengano i social network.
    E sinceramente chi se ne frega se l’autore pubblica per Mondadori o è indipendente, se è donna, uomo, italiano, cinese, marziano, se ha dei seri problemi di acne o se mi piacerebbe fare con lui cose turpi,
    se scrive in un loft vista Filikudi o in una cantina di Cinisello Balsamo, perché se ti piace leggere, queste cose non le guardi.
    Poi logicamente ognuno ha i suoi gusti, a me i vampiri annoiano e quindi va da sé che cerco altro.
    Ma la passione deve, l’imperativo è d’obbligo, far andare oltre questi stupidi pregiudizi. E non parliamo di carta vs digitale che divento volgare.
    “E’ la storia, non chi la racconta.” Questo mi ha insegnato il Re. A meno che chi la racconti non lo facci proprio male! 😉

    Ancora una cosa e poi chiudo, perché mi sto dilungando troppo
    Ho come l’impressione che nella fantascienza ci sia “più comunione d’intenti” e che la “scena” sia più unita. A differenza dell’horror in cui, da quel poco che ho potuto vedere dall’esterno,
    sia più un cane mangia cane…
    Ma forse questo è un altro discorso…

    P.s.
    Educare al bello, col mio “lavoro vero”. APPLAUSI, davvero.

    1. I social vanno benissimo, sono utili e anch’io ho conosciuto un sacco di autori in questo modo. Discutevo sull’utilizzo che gli pseudo-scrittori ne fanno, manco fossero i Ferragnez! 😀 È tutta una farsa, una gigantesca bugia. Un conto è avere una strategia di marketing per vendere i propri lavori, un conto è fare qualsiasi cosa per farsi notare. Se poi vai a leggere la mia risposta a Davide, lì l’ho spiegato meglio.
      Se tutti i lettori fossero come te, la situazione cambierebbe drasticamente. Siccome il mio “lavoro vero” ha a che fare con le nuove generazioni, provo a contribuire ad allenarli al bello. Non ho altri mezzi per osteggiare la proliferazione della mediocrità. Non è facile, ma ci si prova! 🙂
      Grazie ancora, di cuore.