Il Prosivendolo: Loro

“Non ho paura di Berlusconi in sé, ho paura di Berlusconi in me” (Giorgio Gaber)
E il signor G. ci aveva visto giusto. Volendo, Sorrentino avrebbe potuto iniziare la sua ultima fatica con questa citazione; ha preferito invece quella di Giorgio Manganelli (“Tutto documentato, tutto arbitrario”) usata dallo scrittore italiano nella prefazione al suo bellissimo libro parallelo su Pinocchio. Forse sarebbe stato un gioco a carte troppo scoperte, o magari è più adatta quella del Manga a definire la natura paludosa, “mimetica” e squallida di Loro.
Sorrentino, sempre meglio precisarlo, non va mai snobbato – come la sinistra ha fatto da sempre con Berlusconi; resta il regista italiano capace più di tutti di coniugare cinema e letteratura dai tempi di Elio Petri. La traccia da cui partire è proprio questa iniziale.
Cos’è Loro, tirate le somme e legandolo alla citazione manganelliana? Un barocco, lutulento e disagevole biopic sull’uomo più potente d’Italia (forse) da decenni, ma ricostruito con fantasia più che attenendosi alla realtà dei fatti? O una fedele ricostruzione della mignottocrazia creatasi nel periodo 2006 – 2010, con tanto di echi da Babilonia decadente, o da fasti del peggior papato/principato made in Italy, rigoroso marchio di fabbrica tutto nostro di cui vantarci in quanto a lettere ed arti scaturitene?
– e quante volte vediamo italiani vantarsi che “Trump non ha inventato nulla, Berlusconi è arrivato prima di lui e non era figlio di un palazzinaro straricco, ma si è costruito da solo” – togli Trump, metti Agnelli, e sembra di risentire Berlusconi parlare? – 
Si, Loro è entrambe le cose, una ricostruzione fedele, un biopic di finzione, ma è prima di tutto un film visionario, non realista. E se “Il visionario è l’unico realista”, l’operazione sorrentianiana è quella di una lettura parallela, di un Nuovo Commento relativo a un periodo della nostra storia ormai archiviato (?) e che tutti ci siamo figurati in qualche modo tramite le letture di articoli di giornale, di testimonianze, spiate, sputtanamenti o ascoltando imbarazzanti intercettazioni. I fatti sono tutti lì, li conosciamo. Il film non dice nulla che già non sapessimo, né vuole farlo inventando rivelazioni che non ci sono. Perché, stringi stringi, sull’uomo più esposto e nudo d’Italia da anni a questa parte noi sappiamo già tutto – e invece non ne sappiamo nulla, questa è la triste verità. José Saramago, citato nel film dalla colta Veronica Lario (dipinta quasi come una donna di sinistra radical chic ante litteram), chiamava l’ex premier “la Cosa berlusconi”. Come se non fosse un uomo ma una entità indefinibile se non nei suoi tremendi effetti. Aveva ragione. Conosciamo l’impatto BERLUSCONIANO sulla società italiana, ed è violento come un terremoto (a proposito, la scena più potente del film è quella dell’Aquila). Non conosciamo ancora nulla di Berlusconi in sé.
In poche parole: Sorrentino dà in pasto al pubblico una carnevalata iperbolica che parodizza quello che di per sé è già un contesto da parodia. Anni di cui è difficile rileggere le cronache senza provare un brivido, e pensare “Ma è mai possibile che sia successo davvero tutto questo e se ne siano tutti fottuti, o ci abbiano riso su?”. Il vero problema è che ne parliamo come se ci fosse qualcun altro da incolpare, quando dovremmo includerci anche noi nelle due schiere. Perché non è possibile una alternativa.
Siamo (stati) tutti coinvolti, antagonisti e complici. Come Veronica, l’unica che dice a Berlusconi in faccia tutto quello che abbiamo pensato delle sue orrende manifestazioni di inciviltà, noncuranza della cosa pubblica e passato criminale, alla fine ci siamo innamorati di Silvio. E non l’abbiamo ancora accettato questo innamoramento. Perché Silvio è come Fellini: un italiano medio(cre) più italiano degli altri, un grande scopatore, un bugiardo, un carismatico che sa usare le parole e il mito che si è costruito, il migliore nel suo campo, un italiano di successo. Non stupisca l’accostamento blasfemo. C’è un file rouge neanche tanto sottile che lega il comune senso dell’italianità più provinciale, e nostalgica, e patetica, all’amore e al successo di personalità che ne inglobano i tratti più superficiali. La differenza è che Fellini si rivelava a tutti facendo film: con una onestà invidiabile che appartiene a pochi si denudava dietro e davanti la macchina da presa. Ma Silvio?
Tornando al potere: Berlusconi non è un Medici, non è un Borgia; non per una questione di qualità, sia chiaro. Berlusconi è Berlusconi, punto. Una caricatura di sé stesso già nella realtà, e che con Servillo resta la maschera di una personalità indefinibile e mai rivelatasi. Nemmeno a sé stesso. Un personaggio incurante del ridicolo che non si è MAI esposto a nessuno per quello che è davvero, siano essi elettori, amici o moglie. Per diventare ciò che è diventato si è messo in gioco nella divina trinità pubblica capace di regalargli successi clamorosi: piazzista/imprenditore/statista, nel posto giusto al momento giusto. Non è mai uscito dal triplice ruolo. Un uomo geloso del privato ma senza privato. Convinto delle bugie che dice (cit. Montanelli). Un uomo vecchio e solo con il repertorio di musiche napoletane, di battute stantie e romanticismi stereotipati d’altri tempi. Anzi: un uomo ASSENTE. Pirandellianamente, la maschera più nuda che si possa trovare, quella più facile da indossare e dietro la quale resta solo una Cosa che si guarda lentamente vivere. O morire. Per questo la rimette su e va avanti nella carnevalata.
Nel film tutto ciò è mostrato nella maniera più chiara possibile, delirio erotomane e volgare e bestiale che ammazza persino il piacere, a volte, di guardare. Come dire: Sorrentino senza mezze misure va fino in fondo. Il Berlusconi reale è già la precisa metafora di sé stesso, è un ready-made perfetto: si può portarlo sul grande schermo così com’è senza bisogno di ritoccarlo. Quindi, del Berlusconi in sé nulla da dire. E il berlusconi in me, di cui parlava Gaber? Il gioco sull’identità in Loro si scopre nella scena in cui B. si finge al telefono un altro (e Servillo sembra recitare un ruolo standard assegnatogli tante volte) o quando lo stesso Servillo interscambiabile e camaleontico si sdoppia come in Viva la libertà, e diventa Ennio, amico che consiglia Silvio a tavola sulla compravendita dei senatori. Quanti Silvio ci sono?
E quindi, di citazione in citazione, proviamo a vedere ora cosa fa Sorrentino per restituire il periodo più becero degli ultimi anni del Belpaese.
Partirei dalle molte critiche, spesso negative, che hanno accostato lo stile sorrentiniano in Loro a scopiazzature svariate, tra le più diverse: abbandonato a tratti Fellini (è uscito anche stavolta) c’è chi dice Scorsese, chi Harmony Korine, chi Refn. Si è arrivato a dire che Sorrentino copia Sorrentino! In un film tanto omogeneo e legato ai precedenti, si capisce come in realtà ci siano solo spunti, non plagi, e una persona per onestà intellettuale dovrebbe riconoscerlo invece di sfogare la propria pigrizia con accuse a vanvera.
Parere personale: credo che Loro sia il film esteticamente più complesso del regista napoletano. Tutti gli echi sopra citati sono veri: c’è Wolf of Wall Street misto alla Grande bellezza nella prima ora di Loro 1, tesa com’è ad automatismi continui tra cocaina e tette e culi e scopate e feste ed eccessività; c’è il Korine di Spring Breakers nelle feste patinate al rallenty in piscina, tra lesbicate, mdma, corpi ovunque e colori accesi; c’è l’ultimo Refn nell’algida sequenza con Dio, i neon che cambiano ogni tot secondi nella sauna; c’è persino Bela Tarr di Visions of Europe nella carrellata di volti stanchi, lividi, normali della protezione civile, e l’onnipresente Fellini nel salvataggio della scultura; ma c’è tanto altro: ad esempio, nell’impasto estetico mescolato senza sosta Sorrentino arriva ad appropriarsi persino di quei meta-trailer delle fiction piene di “scene de merda con baci de merda” direttamente da Boris, con l’iperbole estrema di un Maccio Capatonda (alias Marcello Macchia). E non è un caso che il diretto precedente di Loro sia Il caimano di Moretti, dove le sequenze trash avevano una parte preponderante nel film, a sua volta ricalcate su quelle di Almodovar.
Fateci caso: come faceva notare Linkiesta, ci sono momenti pecorecci che sembrano usciti direttamente da una commedia sexy all’italiana anni ’70. C’è il deputato che per implorare una mignotta cade in mutande, c’è Scamarcio che ha l’input di arrivare a Berlusconi inchiappettandosi una ragazza con tatuaggio di Lui sulla natica. Quando in Loro 2 entra in scena Max Tortora parlando con Silvio delle fiction Mediaset da preparare, sembra di essere entrati in una sala dove stanno dando un cinepanettone, non Loro. E non è una sequenza meta-cinematografica: è il film di Sorrentino, ricalcato fino in fondo su Berlusconi, sul berlusconismo, sull’immaginario plasmato in tanti anni di passiva società dello spettacolo e dello sfacelo su un pubblico anestetizzato, che si spersonalizza nel continuo profilarsi di tette e frasi fatte e culi sullo schermo. Tutto questo si adatta alla perfezione al vorticoso sali-scendi stilistico del regista, che se ne appropria con naturalezza, usandolo senza porsi limiti. È un film sorrentiniano fino al midollo. 
Tommaso Pincio su Artribune dice che Loro 1 ha la banalità di un porno. Ha ragione, vale anche per la seconda parte. Ma ha anche l’enorme pregio di essere una delle poche opere con il coraggio di parlare una lingua, finalmente, contemporanea in Italia, dove se non parli di borgate romane, drammi familiari, commedie su lavoro e amicizie o microcriminalità locali (aggrappandoti agli stilemi americani) non puoi fare molto altro, se non ricalcare la denuncia politica di mostri sacri come Bellocchio, male-bene che vada. Ecco, Sorrentino scardina il linguaggio del film di denuncia politica oramai stantii, continua sul percorso de Il divo e si proietta nel contemporaneo restituendo non un personaggio da esecrare, ma un mistero da analizzare partendo dalla concezione che Berlusconi, come Andreotti, faccia soprattutto spettacolo, che sia lì sullo schermo della vita a riflettere noi, non Loro, non Altri. Noi.
Torna a parlare di potere, tenerezza, miseria e nobiltà in un lunapark che senza sosta viaggia tra lirismo e trash. Si busca le giuste critiche oggi, i futuri elogi domani, chissà, ma una cosa è certa: resta coerente con il suo percorso avviato sin dagli inizi. Il suo cinema è sempre uguale a sé stesso e attorno a sé gira, nel senso più arcaico possibile di rivoluzionario.
Loro è un bricolage di tante lingue diverse, che Sorrentino (che stilisticamente ha sempre viaggiato sulle sponde opposte del kitsch e del sublime, con risultati alterni ma MAI così esagerati e controversi) fonde tra di loro facendone gli strumenti da laboratorio per commentare a margine un Berlusconi che, come Pinocchio, non è mai diventato un essere umano in carne e ossa, ma è sempre sepolto da chili di trucco, plastiche, barzellette brutte, frasi fatte ed egomania. Un burattino.
Togli Berlusconi, metti Italiano.
E anche questa, in fondo, è una frase fatta.
“Pinocchio promette di andare a scuola e imparare un’arte; «sarò la consolazione e il bastone della vostra vecchiaia». Non è in malafede; non mente; in compenso, mente per lui il linguaggio. Quando Pinocchio obbedisce o acconsente alle sue grandi figure – già l’abbiamo visto nelle riflessioni dopo l’uccisione del Grillo – il burattino parla per proverbi, luoghi comuni, modi di dire; la sua lingua, fattasi anonima, naturalmente nasconde la sua sospesa libertà; diventa pio, cerimonioso, educato; finge di essere un «ragazzo».”
(Giorgio Manganelli – Pinocchio, un libro parallelo)
Articolo di Nicola Laurenza

 

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