La crisi [BoJack Horseman – quinta stagione]

“Non esistono persone cattive o persone buone. Siamo solo… persone, che a volte fanno cose cattive e a volte cose buone. Possiamo cercare di fare meno cose cattive e più cose buone, ma non sarai mai buono perché non sei cattivo. Devi smetterla di usare questa scusa.”
È molto difficile per me parlare di BoJack, questa volta. Non perché non ci sia molto da dire, anzi, tutt’altro. Non esiste niente di più complesso e profondamente intenso di questa serie televisiva animata, attualmente. E, per quanto mi riguarda, non c’è attore in carne ossa che possa competere con questo cavallo antropomorfo. Vorrei partire proprio da questo.
L’affezione che si prova per BoJack e soci è ormai consolidata, siamo arrivati alla quinta stagione e ogni volta è sempre più doloroso accettare l’attesa di quella successiva. Penserete che sia un classico delle serie TV, è sempre la stessa storia, e in parte è vero. Ma con BoJack è un po’ diverso. Sono arrivata alla conclusione che, per quanto molte altre serie TV mi appassionino, c’è sempre il razionale distacco da un prodotto di finzione, composto da esseri umani che fanno gli attori. BoJack è un cartone animato, è un disegno, mi direte che non ci sia nulla di più finto. E invece io vi dico che è proprio qui che nasce il sentimento: non c’è niente di più vero di BoJack Horseman, perché non è altro che BoJack. È lui e basta. Anche quando veste i panni del problematico poliziotto Philbert nell’omonima serie TV. La geniale messa in scena di una serie che attraverso un’altra serie (Philbert è una sorta di parodia di True Detective) ci racconta qualcosa di nuovo sul nostro BoJack. Qualcosa che forse non ci piacerà per niente. 
Attorno a lui, i soliti noti. Mr. Peanutbutter, ormai separato da Diane, viene scelto come coprotagonista in Philbert. Una ruolo curioso, sempre meno nemesi di BoJack, sempre più versione altra ma meno distante, meno incompatibile. Mr. Peanutbutter non è migliore di BoJack, o di Diane, o di Princess Carolyn o di Todd. È solo meno consapevole dei propri difetti, dei propri limiti. E dei propri fallimenti. Se la spensieratezza, l’allegria intrinseca, l’ottimismo sfrenato potevano inizialmente apparire come una fortuna caratteriale, che ha iniziato a scricchiolare nella stagione precedente, in questa crolla rovinosamente, mostrando definitivamente il più grande limite del Labrador: la sua ottusità. Ora che lo si vede per quello che è, a 360 gradi (grazie a Diane), gli si vuole sempre un gran bene. Ma è difficile non provare per lui un senso di pietà. Non imparare dagli errori passati (o non volerlo fare) lo unisce a BoJack più di quanto possa sembrare. E mentre Todd, che vive a casa di Princess Carolyn, persiste a imbattersi in strampalati progetti che finiscono per collegarsi alla serie Philbert, la vera protagonista di questa stagione è Diane. È su di lei che si concentra l’attenzione, sulla sua evoluzione.
Dopo la fine del matrimonio con Mr. Peanutbutter, rapporto d’amore durato dieci anni, si ritrova smarrita. Anche se è stata una sua scelta, anche se non vuole più quella vita con lui, ne soffre. È semplice immedesimarsi in lei, soprattutto se si sono superati abbondantemente i trent’anni come la sottoscritta. Diane sta male e l’episodio in cui parte per il Vietnam (Diane è di origine vietnamita) è molto interessante. Il viaggio viene raccontato attraverso un suo articolo per il blog, tutto da scoprire. Perché sentirsi persi e fare un viaggio per ritrovarsi è il più classico (e forse banale, esattamente come cambiare taglio di capelli) modo di reagire al dolore. A volte è sufficiente abbandonarsi a esso, piangere, sfogarsi e smetterla di punirsi. Ma lo sappiamo tutti quanto questo sia facilissimo a dirsi, a farsi è un lavoro enorme. L’appartamento fatiscente e microscopico di Diane fa parte di un complesso di case chiamato Le Triste. Non è un caso, ovviamente. Diane è terribilmente triste, ma a differenza di BoJack, non è depressa. E sceglie di ripartire da lì. 
“Lavoriamo sodo per curare le nostre case, ma cosa sono se non un posto in cui ripetiamo schemi negativi?”
Questa riflessione di Diane spiega il suo rapporto con BoJack. Il suo migliore amico, il suo peggior fardello. Diane è convinta di sapere tutto dell’amico, perché lui non tace mai, non si risparmia nel dire ciò che pensa e perciò non si preoccupa minimamente che possa avere qualcosa da nascondere. E invece qualcosa c’è. Quando Diane lo viene a sapere implode. Il confronto con BoJack è pesante, perfino cattivo, ma necessario.
BoJack è un po’ come il Dr. House e Diane è la versione femminile di Wilson (il finale di stagione sembra proprio una citazione). Non è sano il loro rapporto perché BoJack è un tossico. Un cinquantenne drogato e depresso, che vorrebbe tanto essere migliore, fare la cosa giusta, dare amore. Ve lo ricordate il sorriso finale della quarta stagione? Un sorriso che dava speranza di potercela fare. Non vi voglio dire se BoJack ci riesca o meno, ma vi posso dire che, a volte, si pensa di aver toccato il fondo, per poi accorgersi che era solo uno strato e che l’abisso ti ha appena accolto a braccia aperte. La crisi di BoJack arriva al culmine, soffocata con gli antidolorifici per un mal di schiena immaginario (forse, perché nessuno crede che abbia un dolore reale – io credo di sì), nonostante l’impegno di bere di meno (la bottiglia con segnati i giorni della settimana – solo un goccio al giorno). Combina un casino davvero grave e in lui non vediamo più solo un povero disgraziato, ma un possibile mostro. Vediamo il male prendere il sopravvento sulla mente ormai disconnessa dalla realtà. Vediamo qualcosa che non avremmo mai voluto vedere, ma che è giusto aver visto. Perché il dolore trasforma, deforma, distrugge te e chi ti circonda, se non viene affrontato. 
Ma c’è Diane. La sua amica, che lo aiuta nonostante tutto, col suo proverbiale senso critico.
“E se mi disintossicassi e continuassi a essere la persona orribile di sempre, solo più… sobrio?”
“Credo sia una possibilità reale.”
“Non fare la stronza.”
“No. La disintossicazione non è una panacea per smettere di essere un coglione.”
Ci sarebbe molto altro da dire su questa stagione, ad esempio sulla corsa sfrenata di Princess Carolyn verso l’adozione da donna single, sulla condizione di asessuale di Todd e sulla sua creazione “involontaria” del robot del sesso senziente, sui nuovi personaggi quali Gina (amante di BoJack e star di Philbert) e Pickles (cameriera ventenne fidanzata di Mr. Peanutbutter); sui soliti episodi assurdi e divertenti, tra una batosta e l’altra. Non finirei più. Ma una menzione speciale la devo fare per l’episodio capolavoro (ogni stagione ne ha uno), quello del monologo del funerale. Più di venti minuti di BoJack che parla accanto a una bara. Un episodio immenso, sia a livello contenutistico che di realizzazione, in grado di ipnotizzarti per venti minuti, uccidendoti con un finale surreale.
Ripeto ciò che ho detto all’inizio: BoJack non è un attore che interpreta un personaggio. BoJack è BoJack. Esiste. Nessun’opera di finzione ha mai raggiunto un così potente legame empatico col proprio pubblico. C’è chi ci vede un sottofondo negativo in questo, ma io non sono d’accordo. Entrare nel mondo di BoJack è come una terapia di cui, evidentemente, in parecchi abbiamo bisogno. E come ogni terapia che si rispetti, alla fine, ti lascia senza forze, talmente alto è il coinvolgimento. Ogni volta che finisce mi sento svuotata. Bisognosa d’affetto. E di una macchina del tempo che mi faccia tornare presto da questo stramaledetto cavallo. Umano, troppo umano.
“Non capisco perché sei così gentile con me. Dopo ciò che sai di me e quello che ti ho fatto passare.”
“Al liceo avevo un’amica. Abby. Era la mia unica amica e facevamo tutto insieme. Finché non venne accolta dai fighi e mi si rivoltò subito contro. Usò tutti i miei segreti, ogni mia debolezza. Mi rese infelice tutto il secondo anno. Ma poi, quell’estate, quando sua madre si ammalò gravemente e i suoi amici fighi erano in vacanza a Martha’s Vineyard, io le sono stata vicino.”
“Perché?”
“Perché sono un’idiota e lei era Abby. E la odiavo e non la perdonerò mai, ma aveva bisogno di me e… era la mia migliore amica e le volevo bene. E ora… tu sei qui e io ti odio. Ma sei il mio migliore amico e hai bisogno di me.”
Diane, Princess Carolyn, Mr. Peanutbutter, Todd, vi voglio bene. Molto bene. Alla sesta stagione (arriva, non c’è pericolo).
Se volete, qui e qui trovate gli articoli sulle passate stagioni.