La Forma dell’Acqua [la vita è il naufragio dei tuoi piani]

Questo articolo è dedicato al mio Gill-Man

ALLERTA SPOILER!

Mia mamma, ogni anno, mi regala i calendari di Ability Art realizzati da persone disabili, nello specifico veri artisti che dipingono con la bocca o con i piedi in mancanza delle braccia. Ogni mese ha il suo dipinto e una citazione famosa. L’ho sempre trovata una bella idea.
Elisa Esposito sfoglia il suo calendario, che non ha immagini, ma sul retro del foglio c’è sempre una frase. A un certo punto, in un giorno particolare, legge che “la vita è il naufragio dei tuoi piani”. Non è una citazione, non appartiene a nessuno, nel mondo di Elisa. Nel nostro è di Guillermo del Toro, l’uomo che ha realizzato questo grande film fantastico, una ballata d’amore e tenerezza non ha nessuna intenzione di uscirmi dalla testa.

Molti amici e colleghi hanno ampiamente parlato de La forma dell’acqua, recensendolo e decantandolo come merita e non ho davvero nulla da aggiungere che già non sia stato detto. Si è portato a casa quattro premi Oscar, quelli più importanti al grande pubblico, che è già di per sé un evento sconvolgente, scatenando vera gioia (e qualche lamentela a mio avviso poco interessante).
Ma il fatto è questo: ormai sono passate settimane dalla visione del film al cinema e non riesco più ad addormentarmi se non torna con la mente da Elisa e dal suo uomo anfibio, dai suoi amici e da quel nemico in putrefazione. Mi aspettavo di uscire dalla sala pienamente soddisfatta, ma non ero preparata all’ossessione. La mia amica Bolla ha il mio stesso problema, disegniamo i due amanti dappertutto. 
In questa storia d’amore ho rivisto la mia vita. Non ho un handicap fisico, non sono nera e non sono gay. Ma sono una persona diversa, che ha provato a omologarsi a una vita regolare, ma con scarsi risultati. Ho sofferto silenziosamente la mia solitudine, spesso ricercata per mancanza d’aria (sì, come un pesce), per quanto gli amici ti scaldino il cuore. Ma come Elisa scandivo le mie giornate con una routine che mi dava serenità, nella mia casa un po’ vuota. Poi ho incontrato il mio Gill-Man e ho scoperto che non ero più sola, anche se il mondo fuori continuava (e continua tuttora, complici anche queste sventurate elezioni) a gridare le solite banalità.
“Se non facciamo niente non siamo niente” è la supplica, disperata, di Elisa verso Giles, il suo migliore amico. Lui sogna una realtà dove la sua arte non è anacronistica e l’amore omosessuale accettato. Sogna, appunto. In un giorno scopre che entrambe le cose per lui non sono possibili, ma almeno ci ha provato. E ci prova ancora, aiutando la sua amica a salvare la Creatura, quell’essere selvaggio che forse è un Dio, bellissimo, maestoso, dagli istinti primordiali e allo stesso tempo empatici. E sempre lì arriviamo, all’empatia. Che è quel sentimento tanto caro a del Toro, quella forza motrice che permette di agire, di fare del bene, di essere coraggiosi. Come in Trollhunters, anche qui Elisa non può farcela da sola. Per quanto il suo amore sia forte, ha bisogno della collaborazione del gruppo. L’inaspettato aiuto della spia russa, il dottor Robert Hoffstetler (Dimitri Antonovich Mosenkov per gli amici) agevola il piano. Persone, esseri umani attorno a Elisa che scelgono di partecipare al salvataggio di un ibrido. Persone che scelgono la libertà.
“La libertà è partecipazione.” (Giorgio Gaber)
La parabola sulla diversità trionfa perché, come una fiaba che si rispetti, vince chi lotta per il bene. La morfologia della fiaba (Propp docet) è seguita passo passo, mantenendo le promesse, nonostante il finale possa essere interpretato come meglio crediamo. Sì, perché i due amanti non convolano a nozze, ma fluttuano sott’acqua in un abbraccio struggente. E lì noi possiamo decidere cosa credere che accadrà, una volta chiuso il sipario, mentre scorrono i titoli di coda. Elisa vivrà per sempre felice e contenta insieme al suo amato, ricongiungendosi al suo ambiente naturale (Elisa è un’orfana, trovata abbandonata accanto a un fiume con delle cicatrici sulla gola – ecco perché non parla)? Oppure è solo un sogno, un lungo addio tra due amanti che hanno tentato di amarsi e per un po’ ce l’hanno fatta? Sono delle reliquie?
Del Toro ci aveva ferito a morte con Il Labirinto del Fauno, Ofelia e Elisa accomunate dal medesimo destino? Non lo so, io voglio credere a quello che ho visto. Ho visto un Dio capace di guarire se stesso e gli altri e addirittura di far crescere i capelli su crani calvi di uomini sensibili. Un Dio che l’uomo in piena Guerra Fredda non merita, capitanato da gente senza scrupoli e poco lungimirante, come il colonnello Richard Strickland. Ma secondo voi, nel nostro sfavillante presente, lo meriteremmo?
Del Toro, vi ricorderete, con questo film aveva portato a casa il Leone d’Oro, commuovendo me e tante persone durante il suo discorso. E anche alla serata degli Oscar è riuscito a colpire. Ciccio del Toro è come l’Orsetto del cuore, un tenerone pieno di sapienza e talento, finalmente riconosciuto pubblicamente (lasciatemi dire, però, che la mancata candidatura dell’immenso Doug Jones – di cui presto vi parlerò – è un’occasione sprecata). E sulle polemicucce puerili tra i cinefili oltranzisti io ridacchio e pernacchio, l’unica cosa che ho da dire l’ho disegnata. 
La vita è il naufragio dei tuoi piani. Io pensavo di sposarmi a venticinque anni, riprodurmi, stare a casa in maternità il più possibile e andare tutti i week end in montagna a camminare. Invece è cambiato tutto (per fortuna). Elisa non pensava di certo di incontrare l’amore della sua vita in un laboratorio governativo. La Creatura nemmeno e figuriamoci se pensava di potersi abbuffare di uova sode. E Giles (ve lo dico, il mio personaggio preferito), Dimitri, Zelda. Ognuno di loro aveva dei piani e sono tutti naufragati.
“In principio era la Favola. E vi sarà sempre.” (Paul Valéry)
La favola è presente in quanto elemento d’insegnamento della morale. Vale la pena seguire il flusso della vita, vale la pena far naufragare tutto se quello che senti dentro di te ti urla di farlo? Potrebbero esserci delle conseguenze nefaste, ma sì, ne vale la pena.
Viviamo in tempi strani, l’ho già detto tante volte, tempi in cui va per la maggiore il cinismo un tanto al chilo. La forma dell’acqua è un’opera d’arte che lascia finalmente spazio a ciò che è giusto. Ché di ingiustizie io ne ho le palle piene. 
La morale è quella cosa che i bambini capiscono subito, ma che gli adulti, spesso, ignorano. Chi ne ha più bisogno, ordunque, secondo voi? I bambini o noi grandi?
 
 
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