Momento divertissement: Insatiable [e perché non è body shaming]

Inserisco Insatiable nella rubrica divertissement e la faccio breve: la serie TV originale Netflix è divertente, mi ha fatto pedalare come una forsennata per giorni, mi ha svagato il giusto e fatto anche riflettere su alcune questioni. Ma il punto, purtroppo è un altro: la serie, creata da Lauren Gussis, è stata accusata di body shaming, duramente criticata e stroncata ovunque, anche perché non fa ridere. Non che il mio parere conti qualcosa in questo gonfio mondo di massimi esperti cagatori di minchia (sempre presenti, come le ortiche in campagna), ma vorrei proprio dirvi che tutto questo macello precipitato addosso a Insatiable è allucinante e mi dà l’impressione che si stia volutamente manipolando la realtà delle cose. Oltre a non capire assolutamente niente di quello che si sta guardando. 
Per chi non lo sapesse, Insatiable racconta la storia di un’adolescente obesa che, a causa del suo pese, viene continuamente bullizzata a scuola. Si chiama Patty Bladell (Debby Ryan) e tutti la chiamano maiale Patty. Un “incidente” con un senzatetto la costringe alcuni mesi a letto in ospedale, con la mascella rotta, a nutrirsi solo di cibi liquidi. Patty esce dall’ospedale dimagrita, conosce l’avvocato Bob Armstrong (Dallas Roberts) che l’assista nella disavventura legale col senzatetto. Bob è anche un consulente di bellezza in piena crisi professionale e personale. I due si capiscono al volo e intraprendono insieme un’avventura nel mondo dei concorsi di bellezza, ognuno di loro con obiettivi precisi: Bob vuole tornare a sentirsi vivo, raggiungere il successo e dimostrare a chi lo sfotte che è un vincente. Patty vuole la stessa cosa. Ma, soprattutto, vuole vendetta. Attorno a questa strana coppia ruotano altri personaggi, tra i quali l’altro Bob, ovvero Bob Barnard (un sorprendentemente macho Christopher Gorham), quello figo, quello realizzato, quello che adora fare i dispetti a Bob Armstrong. 
Poi c’è Coralee Huggens Armstrong (Alyssa Milano, splendida, in formato signora), moglie di Bob Armstrong. C’è la migliore amica di Patty, Nonnie Thompson (Kimmy Shields, molto brava e deliziosa), il cui orientamento sessuale è in fase di ricerca e accettazione. Ci sono le perfide Dixie (Irene Choi) e Regina Sinclair (Arden Myrin), rispettivamente figlia e mamma, disposte a tutto per campare e mantenere le apparenze, totalmente prive di morale e senso etico. E tanti altri, come la mamma di Patty, il simpatico amico Donald Choi, Magnolia, figlia dell’altro Bob e rivale di Patty ai concorsi, Brick, figlio di Bob e Coralee Armstrong, il Pastore Mike Keene e il figlio Christian. Insomma, molti personaggi, molti rapporti, molti temi affrontati.
Siamo nel campo della commedia nera, quel fottuto campo da gioco dove il politically correct si traveste di ironia e macabro umorismo. La cara Patty perde un sacco di chili (venti, se non erro), ma non diventa una fotomodella anoressica: è, a tutti gli effetti, una ragazza normale. Resta un’adolescente molto tipica, piena di complessi e, vedendosi magra per la prima volta in tutta la sua vita, trova nel suo aspetto l’arma per farsi strada e vendicarsi di chi l’ha umiliata, derisa, ignorata. Patty è arrabbiata (giustamente), trova in Bob Armstrong un punto di riferimento, ma tra loro è difficile: sono entrambi anime goffe, ferite e incomprese. 
Patty non ne fa una giusta, perché da quando è magra si è messa in movimento: ha preso decisioni, ha ideato piani, si è esposta. Questo ha comportato cose buone, ma altre disastrose (gli ultimi episodi sono pesanti, per quanto riguarda i guai). Parallelamente, anche le vite degli altri personaggi subiscono bruschi cambiamenti, pasticci di ogni sorta, abbandoni, moti interiori notevoli. Patty è il filo conduttore che lega tutti i personaggi, attraverso il suo demone personale (se ho tirato in ballo il demone c’è una ragione ben precisa, fidatevi): l’odio verso se stessa. Sì, perché Patty continua a sbagliare per poi interrogarsi, cerca di rimediare e poi ci ricasca. Ma è dura quando combatti il mondo, ma ciò che veramente odi è te stessa.
Se la serie TV 13 aveva affrontato la piaga del bullismo in un’ottica drammatica, Insatiable lo fa sfruttando gli stereotipi per parlare di tanti argomenti, oltre al bullismo. L’identità di genere, ad esempio. Ho letto indignazione perché a un certo punto un personaggio dice a un altro che la bissessualità non esiste, perché “è solo una fermata a Gaytown.” Ma siete seri? Davvero? Ché non si può dire? Non vi fa sbellicare dalle risate questa battuta e quindi è scorretta, offensiva e trallallà? Peccato che non sia solo una battuta. E se una frase di questo tipo, inserita in un dialogo perfettamente sensato, permettesse un ragionamento? È ovvio che la bissessualità esiste. Ma esistono persone che la vivono sulla propria pelle e che, forse, non riescono ad accettarla. D’altra parte, in quella conversazione, uno dei personaggi dice anche che gli piacciono sia le donne che gli uomini, ma che è emotivamente coinvolto solo da un sesso. La battuta (che può farvi ridere come no, ci mancherebbe – ma da qui a considerarla offensiva, ce ne passa), non è affatto fine a se stessa, ma è il mezzo che porta il dialogo a un livello di profondità inaspettato. E la serie è tutta così, cresce di puntata in puntata. Il pilot è solo la punta dell’iceberg. 
Se Insatiable istiga le ragazza a diventare anoressiche perché solo le magre vincono in questo mondo di ladri, beh, mi sa che avete visto un’altra serie. O forse non l’avete vista proprio, impegnati com’eravate a firmare petizioni basandovi sul trailer. Quello che vuole fare Insatiable è, invece, l’esatto opposto e mi basisco di come si sia voluto stravolgere il senso di una black comedy come questa. Sul serio, non me ne capacito. Anche perché tutto questo livore non permetterà, temo, il rinnovo di una seconda stagione e, visto come si è conclusa, mi infastidisco non poco.
Viviamo in un mondo dove prodotti di qualità (per me Insatiable lo è) vengono boicottati grazie alle petizioni, dove massimi esperti li distruggono per partito preso dopo tre minuti di trailer. L’autrice della serie e la stessa Alyssa Milano hanno dovuto difendere la serie, etichettata come body shaming. E difendere loro stesse, di conseguenza. Affossata dalle recensioni autorevoli (sì, parlo di voi, Rolling Stones Italia – leggete la recensione, così vi fate un’idea), che non hanno capito niente, ma proprio niente di ciò che hanno visto (o hanno finto di vedere).
Come vi dicevo sopra, la serie gioca con gli stereotipi, sui cliché. Ma non è affatto vero che ci sguazza, né ci si crogiola. Perché è vero che Patty, una volta dimagrita, pensa di poter ottenere tutto quello che vuole ed essere, quindi, felice e soddisfatta come le altre ragazze belle e magre che la circondano. Ma il punto è che non ci riesce. Anzi. E coloro che invidia tanto, non è che siano poi così appagati. Il fatto che non faccia ridere secondo i parametri dei massimi esperti, beh, anche lì: ma chi ve l’ha detto? Chi l’ha deciso? Io aborro Mr. Bean, non mi fa ridere, mi urta il sistema nervoso, eppure a un sacco di gente diverte. Non per questo penso che sia sterco e una vergogna umana. Insatiable a me ha fatto ridere, non tanto per le battute (tutte hanno perfettamente senso nella narrazione e nella disamina dei singoli personaggi), piuttosto per le situazioni e per la bravura degli attori (adorabili Alyssa Milano, Christopher Gorham e Dallas Roberts). Non è un capolavoro per il quale prostrarsi dinnanzi a mamma Netflix e professarle abbonamenti eterni, ma nemmeno questa oscenità che raccontano in giro. L’esagerazione di cui si nutre (non a caso) Insatiable non va bene, ma i vostri ristringimenti mentali per cui tutto dev’essere merda o capolavoro sì, invece? Non è che, magari, non avete capito bene la differenza che intercorre tra ciò che dicono i personaggi e le idee degli autori e interpreti? Non è che vi mancano le basi della comprensione della narrazione? Chiedo, eh.
Io penso sinceramente che chi ha distrutto (con estremo piacere, si percepisce) questo innocua serie, non abbia mai avuto mezzo problema di peso in vita sua. Nemmeno un attimo di crisi d’identità. Neanche un piccolo accenno di presa per il culo sul proprio aspetto fisico (non solo rispetto al peso).
Dicono che bisogna poter ridere di tutto, a questo serve l’umorismo. Insatiable ci prova e hanno deciso che non ci riesce. Io dal basso del mio punto di vista dico che invece ci riesce. 
“Come la melanconia è la tristezza diventata leggera, così lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea.” (Italo Calvino)
Non è che magari siete voi che non ci arrivate?

 

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