Il Prosivendolo: del perché alcuni rompicoglioni sono una cosa positiva, specie se rumeni

Io invece mi trovo a mio agio con gli scocciatori.
Parto direttamente dalla conclusione scavalcando la premessa per due motivi: citare in maniera distorta l’incipit di un romanzo italiano di cui non dirò nome e autore (cercatevelo da soli, oggi per osmosi cioraniana sarò scostante); e perché penso siano un po’ tutti d’accordo nel ritenere lo scocciatore medio come quel soggetto da evitare a ogni costo, che ti dà opinioni non richieste e ti fa domande non gradite, ti si presenta sotto al naso quando tutto vorresti tranne ritrovartelo lì e dal suo posto – rigorosamente di fronte o di lato o comunque VICINO a te – non si schioda, con quella sua vocetta o vociona che si insinua a rosicchiarti il cervello. Come lo stupido nell’ennesimo aforisma di Oscar Wilde, ti abbassa al suo livello (addormentandoti i neuroni) e poi ti lavora ai fianchi mentre giaci in un coma indotto da lui.
Però alcuni scocciatori vanno benissimo. Quelli di qualità, i rompicoglioni veri e antipatici ma portatori sani di intelligenza. Pronti a non mollare l’osso come il cane fino a quando non si sono divertiti a sufficienza con lui, dopodiché possono pure placarsi.
Anzi, ce n’è di più, per favore, di questi cagacazzi?
Non mi riferisco ai tizio caio pronti a romperti le scatole su Facebook per una incessante voglia di prevaricazione ed esibizionismo. Neanche, per carità, a quelli che lo fanno per noia, più o meno consci di essere disagiati e con problemi. Il campionario in tal caso è sterminato: si passa da chi ti parla della propria vita per due ore di incessante blablabla a chi ti dice di aver messo su pancia, e stai perdendo un po’ di capelli sai, dovresti fare qualcosa, perché non ti dai una mossa? 
Io invece mi trovo a mio agio con gli scocciatori, dicevo. Quelli di cui ho detto un po’ più su, almeno. Purché quindi siano insolenti, ma per vocazione. È una bella lista ma non mi va di farla, di conseguenza dico solo che tra di loro il mio preferito è Emil Cioran.
Lo è perché, alla fine, mi basta lasciarlo a dormire su qualche scaffale e risvegliarlo giusto quando so di aver bisogno di lui – o forse è lui ad aver bisogno di me. Allora lo prendo (in rigoroso Adelphi, tranne rare eccezioni) e precipito insieme a lui. Si cade nel delirio, nella lucidità delirante di invettive selvagge, a parlar male di chiunque e trovare il pelo nell’uovo in qualunque cosa.
Per Cioran non esiste nulla di positivo. Quando gli fu chiesto in una vecchia intervista se si considerasse un nichilista, rispose “Non lo so, non so niente”. Come fate a non amare un assassino del genere?
L’enorme malloppo che raccoglie i Quaderni dal 1957 al 1972 si apre con questa frase scritta il 26 giugno 1957:
Letto un libro sulla caduta di Costantinopoli. Sono caduto insieme con la città”.
Capito perché con Cioran si precipita?
Questa raccolta di 34 quaderni (siamo sulle 1100 pagine) mi tiene a disagio da ormai più di quattro anni. Lo centellino come un buon veleno d’annata, di quelli che presi a poco a poco ti temprano fino a renderti immune alle dosi massicce, come insegnò alla storia Mitridate VI. Le dosi massicce di veleno non sono Cioran, che alla lunga, anzi, dà assuefazione come una droga, ma la realtà vera e propria. Quelle del pensatore rumeno sono “solo” delle pillole di viscerale consapevolezza – verso il mondo, verso sé stessi, verso tutto. Alla fine agisce come un vaccino, mettiamola così.
Uno dei motivi per cui sarebbe probabilmente erroneo definire Cioran come un filosofo puro è la mancanza di un sistema a supporto di una Weltanschauung: al contrario, fa del frammento e della costante messa in discussione di ogni ambito della realtà e della stessa metafisica la sua filosofia di vita, che è una filosofia quasi DELLA morte tesa com’è tra nichilismo e spiritualità di stampo orientale. Non fosse che Cioran ha sempre avuto piagnistei da adolescente rancoroso verso la vita, ritenuta inammissibile, praticamente un affronto nei suoi confronti, ma che ha affrontato fino alla fine nonostante tutto (l’insonnia perenne, gli attacchi di furore, la misantropia esagitata, il lumicino sempre acceso dell’autodistruzione) potremmo persino trovarlo patetico.
Come Nietzsche, uno dei suoi tanti ripudiati maestri, ha uno stile carismatico, iconoclasta, reazionario, che “spacca le mascelle”, in pensieri nati e morti affogati nel giro di poche righe o pochi paragrafi, che non si sviluppano mai dal loro stato brado per crescere e incivilirsi ma restano pesantemente ancorati nelle paludi sulfuree dell’aforisma distruttivo, con spruzzi di ironia che riescono in questo modo a rendere tollerabile leggerli, anzi: salutari. Esatto, salutari. Cioran fa bene alla salute.
Ed era instabile, finiva con l’odiare chiunque e ripudiare i suoi maestri da un giorno all’altro.
Valèry, ammirato per decenni, diventa a un certo punto illeggibile, si rifiuta di parlarne bene. Nietzsche, stessa cosa: Cioran improvvisamente raffredda l’entusiasmo nei suoi confronti e lo maltratta quando e quanto può, nella mancanza di mezze misure che gli è tanto congeniale.
Sartre è disprezzato fino al punto di scriverne addirittura con ammirazione in pagine che non si riesce a capire se crudeli, accondiscendenti o chissà cosa (invidia il suo successo verso le donne e verso tutti, il suo carisma). 
Cioran by Miguel Almagro
Si può vederla come una prerogativa dei grandi geni, capaci di idiosincrasie incomprensibili a chiunque altro fino a sfociare nell’ossimoro: Tolstoj deplorava Shakespeare e il Re Lear in quanto immorali, ma nelle spinte più grandiose della sua abilità narrativa il russo otteneva lo stesso distacco del Bardo nel descrivere avvenimenti che di morale non avevano nulla (Harold Bloom lo spiega molto bene ne Il genio); Vladimir Nabokov detestava Dostoevskij e lo ha parodiato più volte in carriera, eppure la sua opera sembra costellata di doppi e deformazioni ipotetiche della realtà tali per cui forti sospetti di influenze verso lo scrittore di Lolita non sarebbero tanto campate per aria.
Anche Cioran è influenzato dalle persone che dice di odiare, quindi: inevitabilmente. Non tutte, certo. E qualcuno dai suoi rastrellamenti implacabili alla fine si salva: di solito sono Mozart e soprattutto Bach, per cui ha una ammirazione quasi idolatrica. Non a caso due geni musicali, un campo nel quale poteva lasciarsi andare all’estasi contemplativa di un linguaggio non più scritto, inafferrabile ma chiaro, misurato nel suo stesso eccesso, dove poter sciogliere il delirio apocalittico in una momentanea tregua. In poche parole: un linguaggio gemello simile al suo.
Tralascio le lunghe citazioni da Squartamento, La caduta nel tempo, Sommario di decomposizione o La tentazione di esistere (dove è contenuta una lunga riflessione sugli eremiti che potrebbe fare la gioia di chiunque abbia visto o vedrà Simon del deserto di Luis Bunuel). Mi concentro sugli scarti di lusso dei Quaderni, prendendo qualche annotazione a caso. Mi scuso se saranno monotone, ma Cioran non brilla per ampiezza di interessi quanto per sintesi del concetto, lucidità nell’argomentazione e bastardaggine.
Eccoli:
Quando penso che un impedito come Gide ha potuto dominare la letteratura in Francia per cinquant’anni!”
La povertà, la malattia, la morte. Sono stati duraturi, e quindi veri. Tutto il resto non è che accidente e inganno.”
Non appena uno scrittore ha trovato il suo genere, è spacciato.”
La specie, la nostra, deve scomparire, e scomparirà molto prima di quanto si pensi. Credo fermamente alla futura subumanità. Così come i grandi sauri crollarono sotto la loro massa, l’uomo soccomberà alla sua ambizione, ai suoi crimini e al suo genio.”
Una frase del Talmud amata da Kafka: Noi ebrei, come le olive, non diamo il meglio di noi se non quando ci schiacciano.”
Che sensazione straordinaria, per uno scrittore, essere dimenticato! Essere postumo da vivo, non vedere più il proprio nome da nessuna parte. Giacché in letteratura è tutta una questione di nome, nient’altro. Avere un nome, l’espressione la dice lunga. Ebbene, non avere più un nome, ammesso che se ne sia mai avuto uno, è forse meglio che averlo. È il prezzo della libertà. Della libertà e, più ancora, della liberazione. Un nome – è tutto quanto resta di un essere umano. È stupefacente che si possa penare e tormentarsi per così poco.”
E io mi trovo a mio agio in queste righe.