Il Prosivendolo: la letteratura nazista in America

Una delle cose più curiose che mi siano capitate visitando una libreria è stato notare una banalissima svista e darle l’importanza che forse non meritava. Dopo aver dato un’occhiata al reparto di critica letteraria della Feltrinelli di Piazza Garibaldi a Napoli, infatti, mi sono accorto della presenza di un libro che, tra i canoni occidentali di Harold Bloom e i saggi di Citati, non avrebbe dovuto esserci: parlo de La letteratura nazista in America di Roberto Bolaño.
Questo libro stona in un reparto di critica perché è frutto di fantasia e irriverenza: non esiste una critica della letteratura nazista in America, semplicemente perché NON esiste una letteratura nazista americana.
Ma le combinazioni del caso sono infinite, e infinite le valenze emozionali che assumono a seconda di chi le osserva o si ritrova preso in mezzo.
Possiamo dire che una situazione del genere Bolaño se la sarebbe goduta un mondo: vedere legittimato uno scherzo palese per la distrazione di un commesso che, magari mentre riordina gli scaffali soprappensiero, si lascia sfuggire il carattere di gioco del libro in questione. Ha un sapore tanto divertente quanto inquietante, no? Vengono in mente le borgesiane enciclopedie del mondo immaginario di Tlon (in Finzioni); ciò che appare come scherzo speculativo di alcuni intellettuali diventa lentamente, ma inevitabilmente, una rivoluzione del mondo reale: Tlon viene preso per vero da qualcuno via via che altre enciclopedie appaiono sparse per il mondo, e Tlon diventa il mondo reale. Mondi si mangiano tra di loro, si sostituiscono.
Il discorso si completa se pensiamo al finale di Watchmen di Alan Moore: il diario di Rorschach viene inviato alla rivista di estrema destra di cui questi era abbonato; la caduta del diario nelle mani sbagliate potrebbe far ripiombare il mondo nell’apocalisse da cui si è appena salvato per un soffio. E il diario viene lasciato nelle mani di un ottuso galoppino, uomo qualunque, uomo come tanti, come noi (forse un po’ più scemo, ma che ne sappiamo?). Cosa succederà non sta a noi dirlo: possiamo solo sperare. 
La domanda che dobbiamo farci è questa: dal momento in cui qualcuno ha preso per vera l’esistenza di una letteratura nazista, infilando la trollata di Bolaño in mezzo a saggi critici ed eruditi, questa letteratura nazi rischia di poter esistere su qualche piano del reale?
A monte un’altra domanda sarebbe: ma i commessi di una libreria non sanno che quella che hanno in mano è dinamite di pensiero, e come nitroglicerina andrebbe trattata (con cautela, attentamente smistata e ordinata)? Sanno della loro responsabilità? Sono pesante, lo so. Tanto stiamo parlando solo di letteratura… 
Ma visto che siamo in ambito speculativo, continuiamo. Cosa ha spinto il cileno Bolaño a inventare i profili biografici e le opere letterarie di autori americani seguaci nazisti?
Partiamo dalle ispirazioni.
I modelli letterari a cui Bolaño si rifà sono nobili: Le vite immaginarie di Marcel Schwob e Storia universale dell’infamia di Jorge Luis Borges, ma soprattutto il terzo incomodo del poco conosciuto Juan Rodolfo Wilcock, La sinagoga degli iconoclasti. In quel curioso libro dei tipacci più o meno loschi, tutti costantemente ai vertici della follia, fanatici e votati all’autodistruzione, consacravano le loro esistenze alla creazione di invenzioni apparentemente inutili, grandiose solo ai loro occhi; sprechi di energia, denaro e sanità mentale. Bolaño utilizza lo stesso genere di fanatismo per i suoi nazi: ci sono quelli nordamericani che creano fantasiose saghe sci-fi con echi totalitari e trame da delirio, le poetesse sudamericane che con leggiadria esaltano il valore del volkisch e della terra natia con vene misticheggianti, i poeti che si arruolano nelle falangi per combattere in Spagna, ultrà fanatici (anche) di calcio, fratellanze ariane che scrivono dal braccio della morte e così via.
Si ride spesso di gusto, ci si inquieta un pò.
Salta agli occhi la costante della fissazione nell’ideale, l’ottusità di questi disgraziati razzisti e ammiratori hitleriani. Se potesse essere rappresentato graficamente, il loro movimento sarebbe una linea retta senza deviazioni né ripensamenti: il punto d’arrivo è un buco nero che tutti li attira; è l’abisso della loro palese follia.
Il meccanismo comico scatta perché il tono del compilatore di questi profili è sempre serissimo, non nasconde elogi e paragoni seri tirando in ballo veri autori, vere situazioni storiche: così si mischia del tutto la finzione al reale. A un certo punto viene davvero da pensare che qualche autore sia davvero esistito, anche se così non è.
Dovessimo tirare in ballo Hegel (dio non voglia!), la frase secondo cui “tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale” si adatta bene al libro bolaniano, si, ma purché la si modifichi a dovere.
Il continente latinoamericano è stato dilaniato nel secolo scorso da dittature militari tra le più feroci e sanguinarie a memoria d’uomo, spesso paragonate ai ben più celebri regimi di stampo nazifascista: l’Argentina di Videla, il Brasile di Castelo Branco, il Paraguay di Stroessner, e via sanguinando tra colonnelli e marescialli, di generazione in generazione. Bolaño quella tempesta di merda che era la dittatura cilena di Pinochet l’aveva vissuta sulla propria pelle di cileno eterno vagabondo.
Stando alle leggende da lui fatte circolare sul proprio conto, ne esce fuori il ritratto di un ragazzo che nel 1973 torna dal Messico (dove si era trasferito con tutta la famiglia qualche anno prima) in Cile, per dare il proprio contributo in prima linea alla rivoluzione socialista di Salvador Allende. Dopo il golpe di Pinochet, Bolaño venne arrestato e tenuto dieci giorni in custodia come “sospetto terrorista”. Non venne torturato. L’unica cosa che fece in quei giorni fu leggere una rivista in inglese e ascoltare le urla delle torture inflitte ad altri. Venne liberato da due suoi ex compagni di classe e tornò in Messico.
Questa storia è stata messa più volte in dubbio da amici dello scrittore in anni recenti ma è fondamentale per capire l’atteggiamento bolaniano nei confronti della letteratura stessa, inscindibile dalla (sua) vita: un eterno scarto tra finzione e finzione, lo sberleffo dadaista, il ghigno di chi fotte qualunque tentativo di categorizzare. Tutto quello che i critici attribuiscono a Bolaño attraverso sue indicazioni più o meno velate in interviste o scritti – l’uso di eroina, la sua presenza in Cile durante i terribili giorni della dittatura e tanti altri miti – non sono altro che semina di vento di chi ha sempre goduto e riso nel ricevere tempeste di merda.
Nella bibliografia e nella vita di Roberto Bolaño tutto ciò che è reale non è per nulla razionale, ciò che è irrazionale è indubbiamente reale: la violenza, il sangue, la ferocia, la misoginia, il Male ovunque, ovunque. Le donne de La letteratura nazista in America hanno tutte il ritratto di vittime: scelgono mariti violenti, vengono ammazzate di botte, persistono nel seguire quella linea retta sporca del loro sangue per sfracellarsi in una vita di stenti; come può non venire subito in mente quel capodoglio albino nel deserto che è 2666? L’accerchiamento concentrico del male compiuto da Bolaño è del tutto esplicito nel suo ultimo capolavoro: lì la forma che viene in mente è quella di un avvoltoio che sorvola a grandi cerchi un cratere infernale, avvicinandosi sempre di più alla natura del male senza mai poterlo chiaramente distinguere, senza mai sfiorarlo davvero ma avvertendone sulla pelle tutte le irradiazioni. Di conseguenza per Bolaño colmare il vuoto di una letteratura nazista, anche se per mezzo del gioco, ha fini tutt’altro che giocosi: sta sondando un continente, un secolo, la natura del male, ancora una volta, come sempre. Non a caso nell’ultimo profilo biografico su Carlos Wieder abbandona i toni del compilatore classico di biografie per addentrarsi in un territorio più intimo, quasi da spy story; Bolaño entra in gioco come protagonista, viene coinvolto suo malgrado nel ritrovamento di un criminale-artista anche se non vorrebbe saperne. La vicenda è incalzante, fascinosa a modo suo: al punto che ne ricaverà un romanzo parallelo validissimo quale Stella distante. Una storia troppo personale e mai davvero accaduta, anche questa.
Articolo di Nicola Laurenza

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