Il Prosivendolo: Ready Player One

Nel 2045 il mondo è preda di una irreversibile crisi energetica e climatica. Le popolazioni vivono tra cataste di automobili, in enormi assembramenti di baraccopoli – in pratica dei container posizionati l’uno sopra l’altro come degli enormi Lego arrugginiti. Se della realtà non ci è rimasto che il deserto, tanto vale vivere in una oasi virtuale che ci faccia dimenticare il mondo circostante. Questo posto esiste, si chiama OASIS ed è stato creato dal mitico programmatore James Halliday. OASIS è un mondo virtuale ispirato all’immaginario pop anni ‘80 a cui chiunque può accedere con l’uso di visori, guanti e tute predisposte – e in un mondo dove non esistono più neanche i cellulari, la condivisione di esperienze passa tutta da lì.
Prima di morire Halliday lancia una quest ai videogiocatori: in OASIS esistono tre chiavi nascoste; chi le troverà tutte e tre sbloccherà un contenuto che gli garantirà la vincita di una cifra astronomica e il controllo totale di OASIS. Questo contenuto è un classico easter egg, e se non siete nabbi dovete sapere che si tratta di un contenuto di natura giocosa o personale nascosta all’interno di un software dal suo programmatore. A contenderselo saranno i migliori videogamer sulla piazza, tra cui il protagonista della storia, l’orfano diciassettenne Wade Watts, ma anche delle multinazionali interessate a privatizzare OASIS per ricavarne profitto: e per prenderne possesso sono pronti a usare qualsiasi mezzo, specie se illecito. 
Questa è in sintesi la trama di Ready Player One (RPO da adesso in poi), romanzo di culto di Ernest Cline uscito nel 2001 da cui Steven Spielberg ha tratto uno dei migliori film della stagione. E non è difficile capirne il motivo. Un settantunenne che passa con disinvoltura dal cinema classico e rigoroso di “The Post” alla baraonda visiva di RPO è prima di tutto uno che di cinema vive, lo respira, lo mastica e, se non fosse brutto da dire, lo espelle. Si, perché Ready Player One è anche un film di scarti. Dentro c’è di tutto, talmente tanto che già migliaia di fan si sono scatenati nella caccia alle citazioni nascoste nel film, citazioni che non servono alla comprensione della storia ma che il nerd incallito sa trasformare da merda in oro.
Come ne “La lega degli straordinari gentleman” di Alan Moore e Kevin O’Neill, ogni inquadratura contiene vari riferimenti più o meno velati a un determinato contesto culturale; e se nel fumetto di Moore si parlava di letteratura vittoriana (allargando poi lo spettro di parecchio nei successivi volumi), Spielberg si concentra su un periodo particolarmente fertile per la cultura nerd e cinefila in generale: quello che va dal 1975 al 1995. È il periodo in cui nascono immaginari comuni e mitologie dure a morire che confluiscono in media differenti, specie nei videogiochi, che trovano una vera e propria età dell’oro con le varie Amiga, Commodore 64, Nintendo… (per chi è interessato ai modi in cui si sono sviluppate tecnologie e comunità informatiche dell’epoca è straconsigliata la visione di Halt and Catch Fire).
Steven Spielberg è stato uno che questo immaginario fantastico ha contribuito a plasmarlo in prima linea. Naturale che la regia venisse affidata a lui o a uno Zemeckis, dopo che la produzione aveva sondato la disponibilità dei figli di questa generazione, quelli che ne hanno ricevuto gli insegnamenti (Christopher Nolan, Peter Jackson, Edgar Wright, Matthew Vaughn). E Spielberg non delude le aspettative e tira fuori dal cilindro uno dei suoi film più belli di sempre, il più divertente dai tempi de “Indiana Jones e l’ultima crociata”
Meglio ribadirlo: la forza di RPO non sta solo nella frenetica ricerca della citazione, perché a strizzate d’occhio il film sta messo talmente bene da sembrare preda di tic compulsivi, infarcito com’è di riferimenti così strabordanti da non stare nemmeno compressi in una cartella zip.
RPO è prima di tutto cinema di intrattenimento di altissimo livello. Ti inchioda per due ore e passa, non ti molla più e vuoi sapere come va a finire, anche se magari te lo immagini. Seguiamo passo passo Wade e la sua storia d’amore e idolatria per il genio solitario Halliday, un guru mitizzato che ricorda tanto Steve Jobs come i padri fondatori della Silicon Valley. Tutto è studiato come un meccanismo a orologeria: la ripartizione tra buoni e cattivi, ovvero la banda di videogiocatori “puri” di Wade e Art3mis contrapposta alla multinazionale di Sorrento interessata solo al profitto; le frequenti scorribande nel mondo virtuale, un open world presentato come fosse stratificato in varie sezioni e livelli; la differenza desolante con il mondo reale; ma soprattutto la costruzione di un mondo virtuale non solo credibile come videogame, ma come puro cinema.
Mi spiego. Laddove in un videogame si parlerebbe di un ottimo lavoro svolto dai programmatori e dai game designer, neanche per un attimo nel caso di RPO dimentichiamo di vedere un film. Questo perché Spielberg lavora in primis sul materiale cinematografico realizzando il sogno di qualsiasi autore, specie della sua generazione (vero, Coppola?): rimontare e rigirare un film già fatto intervenendo nella sua composizione pre-esistente. Lo fa in modo pratico, attenzione: non stiamo parlando del fatto che RPO, di per sé, somigli nei ritmi e nell’ossatura della trama a un film anni ’80 realizzato con effetti digitali odierni. Dal momento che è la storia stessa a concentrarsi su un videogioco con modello tridimensionale già dato, il regista può sbizzarrirsi senza tanti problemi manipolando opere iconiche agendo nel loro stesso spazio. Nel caso specifico i riferimenti sono soprattutto due: uno è ricorsivo e autoreferenziale, ovvero il cinema dello stesso Spielberg. Per esempio in una scena i protagonisti scappano su alcune vetture (Art3mis usa la moto di Akira, Wade la mitica DeLorean), inseguiti da un Tyrannosaurus Rex. Ma non un Tirannosauro qualsiasi: QUEL tirannosauro, preso pari pari da Jurassic Park e trasportato di peso su OASIS.
Il secondo riferimento è al nume tutelare di Spielberg, ovvero Stanley Kubrick. Se l’occasione fa l’uomo ladro, Spielberg non resiste prima a rievocarlo sullo sfondo (stazioni spaziali che potrebbero essere uscite tanto da Star Wars quanto da 2001 Odissea nello spazio, una trincea che potrebbe essere quella di Salvate il soldato Ryan o di Orizzonti di gloria), poi a piombare direttamente nell’Overlook Hotel in una delle parti del film più emozionanti, e forse controverse. 
Già, controversa. Perché mai, neanche per un attimo Spielberg abdica alla sua missione di creatore di sogni e di intrattenimento. Quindi su OASIS può capitare che l’elegante horror metafisico di Kubrick si trasformi in una delirante caccia allo zombie. Come capiterebbe in un film di Spielberg!
Va da sé che Spielberg concepisce il cinema come esercizio videoludico da ri-girare e ri-montare a piacere, mentre si sta mostrando… un videogame.
La straordinarietà della storia di Wade Watts e dei suoi amici sta nel suo essere un punto fermo nel fittissimo bosco di revival anni ’80, a volte troppo autoreferenziali, che da qualche tempo stanno colonizzando cinema, serie tv e musica: Spielberg lo ha sistematizzato e ne ha dato una visione lucida e divertentissima che apre spunti di discussione teorici di enorme interesse – se abbiamo tirato giustamente in mezzo filosofi come Baudrillard per Matrix, perché non dovremmo anche ora?
In RPO l’immaginario pop un po’ kitsch del periodo è usato come materiale che non si esaurisce nella sua stessa rievocazione nostalgica e anzi crea qualcosa di nuovo, al contrario di quell’ammasso di automobili che formano una enorme discarica nel mondo reale.
Sono personaggi e segni iconici di un museo/mausoleo anarchico, che ha trasceso i limiti delle texture e della digitalizzazione stessa: vengono da un altro mondo, quello della fantasia. È qui, più che negli open world dal sapore retrò, che possono convivere Gundam e Tartarughe Ninja, il Gigante di Ferro e Robocop, King Kong e Robert Zemeckis, Mortal Kombat e New Order, Adventure e Godzilla… 
È il punto d’approdo a cui arriva lo Spielberg maturo, quello della rievocazione. Già ci aveva provato con il quarto Indiana Jones tornando nell’enorme magazzino de “I predatori dell’arca perduta”. I risultati furono molto discutibili.
Con RPO invece riesce nell’intento: i magazzini esplodono, la memoria interna è sia quella usata in linguaggio informatico sia quella dell’essere umano in carne e ossa, fuse in un tutt’uno (e l’avatar di Halliday su Oasis somiglia un po’ a Spielberg, in fondo un uomo che non è mai uscito dalla sua eterna adolescenza cinematografica, che non ha mai abdicato ai suoi sogni).
Va da sé che da qui al cyberpunk il passo è talmente breve che forse un giorno riconosceremo l’ultimo capolavoro di Spielberg come anche uno dei migliori cyberpunk di sempre: altro che nostalgica visione sul viale del tramonto.
Immagine anteprima YouTube
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Articolo di Nicola Laurenza

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